L’Antico Porto di Classe è un tuffo indietro nella storia, quella antica e vera, quella che non riguarda solo gli imperatori ma la gente comune, la vita di ogni giorno. Camminando in questo sito archeologico immaginiamo le imbarcazioni in legno che un tempo solcavano i mari, lo sciabordìo dell’acqua che si increspa e sbatte contro la banchina, uomini dalla forza ciclopica spostano sacchi di granaglie, altri caricano calessi di merci arrivate da chissà dove.
A pochi chilometri dal centro città sorge il sito archeologico dell’antico porto di Classe, costruito nel I secolo a. C. e riportato alla luce solo nel 2015. Non era un porto qualunque: era il porto della flotta romana che difendeva l’Adriatico. Nel corso dei secoli e con la caduta dell’impero romano d’occidente, il porto divenne semplicemente commerciale, rimpicciolito rispetto all’imponente porto augusteo, ma in cui fiorivano le tipiche attività dei pescatori e degli operai addetti alle navi. Risale proprio al V-VI secolo la celebre rappresentazione musiva del porto che troviamo all’interno della basilica di Sant’Apollinare Nuovo. A partire dal VI secolo, il porto e la città vennero ripetutamente attaccate e saccheggiate dai Longobardi sino a giungere al suo definitivo abbandono dopo un terremoto alla fine dell’VIII secolo.
In epoca moderna, il porto di Classe è legato alla sua storia misteriosa e connessa ai ritrovamenti fortuiti, spesso durante i lavori dei contadini della zona. Alla fine dell’800 vennero ritrovati i primi resti della basilica Petriana, mentre negli anni ‘60 e ‘70 del ‘900 si ritrovarono necropoli, mura, domus romane e anche la “testa di Tyche”, esposta al Museo Nazionale di Ravenna. Tra il 1975 e il 1977 venne ritrovata una fornace di ceramica, individuata grazie ai numerosi resti di anfore rinvenuti. Proprio durante questa campagna di scavi venne ritrovata per la prima volta l’area del porto.
Il progetto attuato per poter rendere visitabile il sito archeologico vi guiderà in questo viaggio nel tempo: delle lastre trasparenti si sovrappongono ai resti archeologici creando una sorta di realtà virtuale ed aiutandovi a immaginare più dettagliatamente come il porto si sviluppava, un ponticello vi condurrà da banchina a banchina, eal crepuscolo un’illuminazione suggestiva renderà il tutto ancora più magico.
C’è solo un posto dove poter iniziare a visitare Ravenna, ed è il Battistero degli Ariani.
Nascosto in una piazzetta, il battistero ricorda altri monumenti di Ravenna all’esterno. La facciata di mattoni ricorda uno scrigno, all’apparenza semplice sia fuori che dentro. Ma la sorpresa arriva proprio scendendo gli scalini e alzando gli occhi: il tesoro del Battistero degli Ariani rimane sopra di noi, imponente e brillante.
Si pensa che il battistero sia stato voluto da Teodorico nel V secolo come battistero per la cattedrale ariana al lato, oggi chiesa protestante chiamata basilica dello Spirito Santo.
La storia del battistero è molto articolata: dopo la sua costruzione e decorazione con ricchi stucchi e mosaici, il battistero subisce molti cambiamenti anche a livello di destinazione religiosa: dal VI al IX secolo viene dedicato alla Vergine Maria e al culto ortodosso, nell’XI secolo ritorna al cattolicesimo e viene tutelato dai monaci benedettini. A partire dal XVII secolo subisce variazioni strutturali, con l’eliminazione di numerosi elementi architettonici e il rialzamento del suolo. Nel 1914 diventa di proprietà dello Stato Italiano, che cerca di riportare il piccolo battistero al suo stato originale. Nel 1996 il battistero entra a far parte della lista dell’UNESCO per i monumenti patrimonio dell’umanità.
Diversi elementi rendono il battistero così speciale. Prima di tutto la sua collocazione: è una piccola costruzione semi-interrata, nascosta tra edifici moderni. È poi una delle poche testimonianze rimaste integre dell’eresia ariana a Ravenna. [Gli ariani credevano che Gesù fosse diventato Cristo e figlio di Dio solo dopo il battesimo], e proprio per questo motivo la rappresentazione nella cupula del battistero è così particolare e misteriosa.
Al centro del medaglione si osservano un Gesù imberbe –mentre sappiamo che il battesimo sarebbe stato celebrato intorno ai 30 anni- e con gli attributi sessuali in vista. Giovanni battista non è rappresentato con la sacralità con cui siamo soliti osservarlo in altre rappresentazioni, così come non è presente il richiamo alla divinità. L’anziano alla sinistra è la personificazione del fiume Giordano –come si può intuire dalle chele di granchio sulla testa e dalla canna palustre che porta nelle mani. La colomba della pace è realmente l’unico riferimento alla discesa dello Spirito Santo e al divino in questa particolare rappresentazione.
Il trono vuoto, al culmine del corteo degli apostoli capeggiati da Pietro e Paolo, è un altro esempio dell’assenza divina. La trinità è rappresentata attraverso una preziosa croce gemmata, appoggiata sul seggio che verrà occupato il giorno dell’Apocalisse. Tutti gli apostoli raffigurati –che non possiamo però riconoscere con certezza- sono vestiti da una tunica bianca e divisi da palme, simboli del sacrificio per la testimonianza cristiana di cui si sono fatti carico.
Osservando questo mosaico non può non risaltare la presenza di due colori di sfondo principali: il verde e l’oro. Nella simbologia paleocristiana –che ricorre in molti mosaici ravennati- anche i colori sono importanti. L’oro rappresenta il divino, il colore del sole all’alba che illumina la terra, il verde, e che si congiunge armoniosamente creando un incontro unico tra umano e divino attraverso l’utilizzo del giallo. I fiori vicini al trono vuoto di Cristo rimandano alla gioia della vicinanza tra Dio e l’uomo.
Un battistero, inoltre, non può che rievocare anche nella sua forma quella rinascita dal peccato originale che si ricerca nel battesimo. L’abside più grande del battistero è infatti rivolto a est, il punto cardinale del sorgere del sole. Probabilmente lì in quel punto trovava spazio un piccolo altare –come possiamo notare nell’altro importante battistero di Ravenna, il battistero Neoniano [Neoniano]. Ma qualcosa di ancora più profondo viene richiamato dalla pianta ottagonale del battistero: nella simbologia cristiana l’otto rappresenta la resurrezione di Cristo, prendendo in considerazione sette giorni come la durata della vita terrena e l’ottavo come il giorno della vita eterna.
Quanto ancora può essere nascosto dietro a un edificio all’apparenza così semplice? Non resta che scoprirlo dal vivo.
Questo articolo è stato pubblicato su ravennacityguide.it il 20 novembre 2015.
Qui per prima cosa mi colpì la tenue luce azzurrina diffusa.[…]Ero piuttosto sorpreso perché al posto delle finestre che ricordavo di aver visto nella mia prima visita,vi erano ora quattro grandi mosaici di incredibile bellezza, e che a quanto pareva avevo completamente dimenticati.Mi irritava scoprire che non mi potevo fidare della mia memoria. […]Dopo la mia toccante esperienza nel battistero di Ravenna,so con certezza che un fatto interno può apparire esterno, e viceversa.Le mura stesse del battistero, che i miei occhi fisici necessariamente vedevanoerano coperte e trasformate da una visione che era altrettanto reale dell’immutato fonte battesimale.Che cosa era veramente reale in quel momento?
C.G. Jung, 1934. Ricordi, sogni e riflessioni. Viaggi. RCS Libri Editore.
Le parole di Jung ci portano verso un altro enigmatico monumento ravennate. Leggermente diverso dal battistero degli Ariani, ma non per questo meno sorprendente, il battistero Neoniano è una di quelle opere che magari non affascinano a prima vista, ma creano una suggestione inconsueta per i numerosi particolari che si possono scorgere.
La storia
Il battistero vede la luce intorno al V secolo dopo Cristo, quando il vescovo Orso inizia la costruzione della cattedrale Ursiana, di cui possiamo vedere alcuni resti nel duomo di Ravenna e nel museo arcivescovile. Insieme alla cattedrale viene eretto il battistero, terminato nel 450. Il successore di Orso, Neone, nel 458 modifica leggermente la struttura del battistero, facendo costruire e adornare a mosaico la cupola che ancora oggi possiamo ammirare.
Un insieme di colori e di simboli
Due sono gli elementi che rendono speciale il battistero Neoniano: i colori e la ricchezza di decorazioni. Il blu della cupola è il colore principale e fa da sfondo a numerose scene e cartigli che decorano il perimetro interno del monumento. Al centro, come nel battistero degli Ariani, si trova la scena del battesimo di Gesù. I volti non sono quelli originali, ma frutto di un restauro del XVI secolo. Subito attorno il corteo degli apostoli, ancora una volta guidati da Pietro e Paolo. Nella fascia più vicina alla processione possiamo vedere come il mosaico venga utilizzato per creare una serie di architetture tripartite che creano nicchie: in quattro nicchie sono presenti i Vangeli, mentre in altre quattro vediamo i troni vuoti di Cristo. Al lato delle nicchie si trovano i seggi che i Giusti occuperanno dopo il Giudizio universale. Scendendo con lo sguardo incontriamo la fascia centrale, in cui sono presenti le finestre, a cui sono affiancati degli altarini in stucco. Questi altarini sono in realtà un rifacimento degli originali, distrutti durante un restauro di inizio Novecento perché considerati non originali. Nella fascia più bassa si stagliano le colonne in marmo che sorreggono tutta la decorazione sovrastante, mentre le viti color oro su sfondo azzurro si districano tra le figure umane rappresentate e alcuni passi della Bibbia.
Una sola occhiata non può bastare per comprendere al meglio ciò che il battistero degli Ortodossi nasconde -o siete pronti ad essere “ingannati” come successo a Jung?
Questo articolo è stato pubblicato sul sito ravennacitguide.it il 15 novembre 2015.
The following article is an essay realised as part of a take-home exam for Postromantic Materialism course held at the University of Leuven in 2014-2015. You can find another take home exam about NW by Zadie Smith here.
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Facing fallibility in a world of winners: The Art of Fielding by Chad Harbach
People thought becoming an adult meant that all your acts had consequences; in fact it was just the opposite. Chad Harbach, The art of fielding
Introduction
The Art of Fielding (2011) is a novel written by Chad Harbach, an
American writer who made his debut as a novelist with a book about the life of
a 17-year-old baseball player, Henry Skrimshander, and his career as a
shortstop in the team of the Westish College, the Harpooners.
The book received a huge approval
from the critics and the general public, selling in a few months 250,000
printed copies and soon being introduced in the rankings of the best baseball
books of all times. In those charts, it stands next to other important novels
which also inspired famous movies: Shoeless
Joe (1982) by W. P . Kinsella -and the movie Field of Dreams (1989) with Kevin Costner; A League of Their Own (1992) by Sarah Gilbert -and the movie of the
same name with Geena Davis, Tom Hanks and Madonna, just to allude to most
famous worldwide.
In the USA, baseball is the “national past-time”. It is not difficult to understand why such novels dedicated to the ball game usually receive a lot of approval by the general public. But The Art of Fielding, even if based on the sport career of the protagonist, is more than that: through the adventures of a baseball team, Harbach manages to really underline and deeply analyze the problems of a teenager who feels below the average of his peers, the importance of team building and self consciousness not only for winning a game or the league, but also personal internal struggle against depression.
An intricate, poised, tingling debut. Harbach’s muscular prose breathes new life into the American past-time, recasts the personal worlds that orbit around it, and leaves you longing, lingering, and a baseball convert long after the last page.[1]
If we look at the narration or the
structure of the novel, we do not find anything special or more than the usual
structure of a fiction book. The narrator is omniscient, in third person: he
knows everything about all characters, but focus especially on the thinking of
the protagonists. The author leaves in the shadows only one character, Owen
Dunne: the reader can only imagine his thoughts and reactions because the
narrator never describes his interiority.
The
Art of Fielding is composed of 82 short chapters, each one finishing with a
cliffhanger and concerning the
stories of other characters not presented in the previous chapter.
The following article is a short essay and review realised as part of a take-home exam for Postromantic Materialism course held at the University of Leuven in 2014-2015.
NW by Zadie Smith is available on Amazon.com. Click to buy!
Like most of Smith’s work, NW engages with the issue of multiculturalism. Read up on this
issue and critically discuss Smith’s particular take on it.
Before deepening the issue of
multiculturalism, I want to specify some differences about the use of
terminology like “multiculturalism” and “interculturalism”. In
multiculturalism, differences between people and their cultures are celebrated
as positive distinctive features, but seldom arriving to a real exchange
between cultures. In intercultural communities, this exchange happens and there
an alternation of immersion in different cultures. We cannot say what model is
the best in our societies, but we can observe the reality and transpose it into
literature for a better understanding. London seems the best example for better
explaining these differences: different cultures share the same territory, bur
hardly ever they share and exchange something more than the city they live in.
The multicultural literature responds to the necessity of explaining the
identity of a second generation in a society unaware of its selfishness.
Nw is set in the north-western part of London. The surroundings in this an important part of the notion of multiculturality they talk about:
If you have ever taken a ride back home on a London night bus, from the centre of town to one of the outer boroughs, you will know that it is an experience that can be, by turns, rowdy, lyrical, melancholy, heartwarming and hair raising; […] Reading Zadie Smith’s new novel, “NW”, is very much like getting onto one of those night buses (Shaw, 2013).
The “multicultural novel” in the
United Kingdom seems closely related to his capital city, London. Several
writers described London from their personal point of view, as immigrants or
second generation children living in England and thus projecting their personal
lives in the ones of their characters. Zadie Smith was born in Brent, a neighborhood
in the North-West of London, to a Jamaican mother and an English father. Her
personal life is similar to the lives of other famous “multicultural author”
who wrote stories set in London. Monica Ali was born in Bangladesh to a
Bangladeshi father and an English mother. In Brick Lane (2003) -name of the street in which mainly lives the
Bangladeshi community in London- she tells the story of a Bangladeshi woman
moving to London. Stephen Kelman was raised in the Marsh Farm, a social estate
in Luton known for its social problems. In 2011 he published Pigeon English, the story of Ghanaian
immigrant living in an unaccommodating estate in London. Hanif Kureishi is
probably the most famous author of this literary genre. He was born in South
London to a Pakistani father and an English mother and he became famous as a
novelist with The Buddha of Suburbia
(1990) and Something to Tell You
(2008). Kureishi states that “questions of race, identity and culture were the
major issues post-colonial Europe had to face” (2005). The colonialism is
strictly related to the multiculturalism we can fell in London, even in
literature. It seems that in contemporary literature we can find a compromise
with new possible notions of identity and, in particular, British identities.
This leads us to something unexpected, like multicultural literature, taking to
another level social differences we used to confront with in colonial
literature.
Smith’s novel is not really built with a linear story, presenting suggestions about the lives of four different characters, all united by the sorrow created by the search for their own identity. Throughout her oeuvre, she is engaged with the topics of nationhood, cultural alienation, multiculturalism and post-colonialism. In NW, the protagonists are the example of a post-colonial mixing. The novel opens with a focus on Leah, maybe the most “local” character, but she is keeping out of sight two of the hostile cultures in the British isles: the Irish and the English. From this little clashing identity, people all around her reveal global origins: “her husband [Michel] is half Algerian, half Guadeloupean; her best friend [Natalie] is first-generation Caribbean; and her friend’s husband [Nathan] is the product of a park encounter between a rich Italian woman and a man from Trinidad” (Enright, 2012). Leah seems so attracted by “otherness” that “she lacks room for a substantive self” (Childress Custer, p. 14).
In NW, language is used as a method to disorientate and thus trying to reach a sort of truth, or a conclusion: is multiculturalism leading us to be “liquid strangers”, instead of enriching our personal cultures and identities?
Bibliography
Zadie
Smith, NW: a novel, Penguin Books, 2012
Susan
Shaw, London: Lost and Found in Zadie Smith’s new
novel, published on
Oggi ho votato per la prima volta in Spagna, da straniera.
Al seggio elettorale
Ho mostrato il mio permesso di soggiorno: non bastava per dimostrare la mia identità. Non trovavano il mio cognome: era in una lista a parte. Ma eccomi qui, felice perché ho potuto esprimere il mio voto nel paese che mi ha accolto a braccia aperte ☺️
Apprezziamo i diritti che abbiamo grazie a chi ha lottato. Spesso dimentichiamo ciò che c’è stato dietro a un gesto così semplice come mettere un foglio dentro a un’urna.
Hoy voté por primera vez en España como extranjera.
Enseñé mi permiso de residencia: no bastaba para demostrar mi identidad. No encontraban mi apellido: estaba en otra lista. Pero aquí estoy, feliz porque pude expresar mi voto en el país que me acogió con los brazos abiertos ☺️
Apreciemos los derechos que tenemos gracias a los que lucharon. A menudo olvidamos lo que hubo detrás de un gesto tan simple como poner una hoja dentro de una urna.
Dieci anni fa ero troppo giovane per votare alle elezioni
europee, e ho dovuto aspettare altri cinque anni per poter esprimere le mie
preferenze. In questi anni sono stata chiamata molte volte come scrutatrice, ho
visto centinaia di persone –con età compresa tra i 18 e 95 anni– uscire di casa
con neve, caldo torrido, pioggia per poter dire la propria mettendo una croce
sul simbolo di un partito.
Anche quando ho vissuto all’estero ho fatto di tutto per
continuare a votare anche a distanza.
Perché?
Perché da sempre sono convinta che ognuno di noi lasci un
segno, anche senza che ce ne rendiamo conto. Nasciamo parte di un collettivo che
nel bene o nel male formerà ciò che siamo.
Perché abbiamo molti problemi da risolvere –il cambiamento
climatico, la giustizia sociale, la minaccia alla democrazia– e il solo modo
per trovare una soluzione è agire, insieme.
Uno dei modi che abbiamo di modellare la nostra società è il
voto.
Per questo voto, perché non lasciare agli altri modellare il
mondo in cui vivo.
Como casi todo los libros que leo, compré este libro por casualidad. Tenía ganas de leer algo de Rosa Montero, periodista y escritora madrileña, y me crucé con La rídicula idea de no volver a verte, publicado en 2013.
Lo compré sin fijarme en la sinopsis. Ma cautivaron el título y la foto, y me llevé una sorpresa al empezar a leerlo: no era una novela, sino una biografía-periodistica-autobiografía, acompañada de fotos y otros recuerdos de Marie Słodowska-Curie, científica y madre de la radioactividad, primera persona en recibir dos premios Nobel y primera mujer profesora en la Universidad de París. Rosa Montero, a partir de la lectura del diario de Marie, elabora una biografía en estilo periodistico -eso sí, utilizando mucho el “#” típico de las redes sociales y que poco tiene que ver con un libro- de la científica polaca.
Gracias a este libro podemos conocer más la vida privada de la premio Nobel, a partir de su infancia hasta su legado como investigadora y mujer. Marie tuvo que luchar desde pequeña para poder seguir estudiando, sacrificaba hasta la comida para poder tener dinero para su laboratorio.
Rosa Montero también reflexiona sobre su vida y lo parecido que pueden ser vidas tan distantes y diferentes, como la de una periodista y de una científica.
Si buscáis un libro interesante, ligero y que al mismo tiempo haga reflexionar sobre la condición de la mujer, este libro es para vosotros.
Cada mañana Manuel se despertaba a las
6.40. Tardaba quince minutos en levantarse de la cama, poco más en asearse,
salir de casa e ir a coger el autobús. Se subía al vehículo a las 7.34, y desde
ese momento no pensaba nada más que en el autobús de vuelta a las 18.38, a la
cena que todos los días se preparaba –una sopa de pollo en sobre y un poquito
de jamón-, a la hora de televisión que veía –únicamente cadenas de programas
sin sentido, de estos que no tienen noticias- para luego acostarse a las 22.
Desde aquel día
ya no cogía el coche, ni como copiloto. Intentaba evitar cualquier medio de
transporte, y lo consiguió durante un año, 365 días que le concedieron de baja
después del accidente. Como si un año curase problemas de salud mental.
Estrés post-traumático,
decían. Se transformó en depresión algunos meses después. A él no interesaba
darle un nombre, sólo sabía que el cuerpo le pesaba tanto que a veces ni podía
levantarse de la cama.
Después del accidente su teléfono no
paraba de sonar. Los familiares primero, después los amigos. Y también
empezaron a llamar ministros, políticos, hasta el rey se molestó en preguntarle
cómo estaba. Manuele siempre contestaba lo mismo: ¿Cómo quieres que esté? Y
luego dejaba a las personas decir lo que querían, fingiendo escuchar sus
palabras que siempre empezaban con un “Lo siento mucho”, y seguían con “Me
enteré por la tele”.
Manuel no, no se
enteró por la tele. Estaba allí en coche, conduciendo su todoterreno recién
estrenado. Acababa de comprarlo después de una promoción en el trabajo. Iban a
celebrarlo él, su mujer Miriam y su hija Aurora con un viaje a Cerdeña.
Nunca llegaron a
su primer destino, Génova. Iban por la autopista cercana a la ciudad, soñando
con visitar el célebre Acuario y contentos porque finalmente podían pasar un
tiempo como familia.
Manuel casi no
se dio cuenta. Iba pisando el acelerador, cuando empezó a sentir como que se
caía hacia abajo, el coche y el puente que estaban cruzando junto con él.
Miriam y Aurora empezaron a gritar, nunca olvidará sus caras asustadas mientras
intentaba coger a las dos de las manos. Todo duró pocos segundos, hasta que
cayeron en el río que el puente cruzaba.
Desde ese
momento Manuel recuerda esos pocos segundos, el vacío debajo de los pies, las
caras de su mujer y su hija que nunca volvió a ver.
Se despertó en
el hospital. Los médicos decían que era un milagro que estuviese vivo sin
ninguna secuela del accidente. Preguntó enseguida por sus dos mujeres. Nadie lo
miró a la cara mientras le decían que no sobrevivieron.
Cada mañana
Manuel se despertaba a las 6.40. Cada mañana, en esos quince minutos que
tardaba en levantarse, buscaba las manos de su mujer y su hija en la cama.
L’articolo che leggerete è stato pubblicato il 25 marzo 2015 sul sito della Fondazione Flaminia ed è il frutto della partecipazione a un corso di scrittura online organizzato da Matteo Cavezzali, giornalista e autore di Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini.
Vivere e studiare in una città piccola come Ravenna può avere i suoi svantaggi, a partire dalla mancanza di un punto di ritrovo dopo la fine delle lezioni universitarie. Ma in una città d’arte così ricca di monumenti famosissimi a livello internazionale non è difficile imbattersi in luoghi un po’ meno famosi per un improvvisato giro turistico alternativo. Per uno studente un po’ a corto di fondi, quali sono le mete da non perdere?
Arte classica
Battistero degli Ariani
Nascosto in una piazzetta a ridosso del Dipartimento dei Beni Culturali, il battistero degli Ariani è uno dei fiori all’occhiello del centro di Ravenna, anche perché è uno dei pochi monumenti Unesco a ingresso gratuito. La cupola decorata a mosaico si rivela ogni volta in modo diverso, regalando ad ogni visita nuovi dettagli. Unica pecca: l’orario ridotto al minimo indispensabile. Costo: gratis
Instagram @lorelai_23
RavennAntica
La Fondazione RavennAntica gestisce diversi siti spesso fuori dalle visite usuali, ma non per questo meno interessanti. La cripta Rasponi e i giardini pensili sono nascosti nel palazzo della Provincia. Aperto al pubblico dopo le giornate di primavera del FAI del 2008, il Palazzo della Provincia è da quel momento diventato una meta da non perdere per turisti e non solo. Il giardino all’italiana, visibile anche da Piazza Caduti, simmetrico e ordinato, prepara il visitatore allo spettacolo di un vero e proprio giardino romantico, ricco di rampicanti e di alberi che nascondono busti e altre piccole opere d’arte. Il terrazzino si affaccia sulla basilica di San Francesco, regalando una visuale inaspettata della zona dantesca. Da non perdere anche la cripta Rasponi, un piccolo sacrario che ora ospita mostre. La Domus dei tappeti di pietra è un altro importante sito archeologico, un edificio privato del V secolo con ricchi mosaici. Inaugurata nel 2002, la Domus rimane nascosta all’interno della chiesa di Sant’Eufemia, in una traversa di via Cavour. Con il biglietto di RavennAntica si può visitare anche il museo TAMO, un’originale collezione di mosaici antichi e contemporanei. Costo: biglietto combinato studenti 5€, intero 7€
Street art
Nel 2014 Ravenna si è inaspettatamente posizionata tra i centri di interesse dell’arte di strada. Causa scatenante è stato il festival Subsidenze di ottobre 2014: la città è stata per alcuni giorni uno studio a cielo aperto, e i murales realizzati sono tuttora visibili e apprezzabili. C’è stato poi Invader: il famoso artista francese si è divertito ad abbellire la città dei mosaici con i suoi mosaici. Ha preparato piastrelle e soggetti e, dopo le installazioni ufficiali, ha passato alcune notti in giro per la città ad appendere i suoi famosi alieni negli angoli più impensati. San Vitale, Porta Adriana, il molo del porto di Ravenna hanno acquisito una nuova luce. Perchè non fare una passeggiata-caccia al tesoro per vedere dal vivo queste opere? Costo: gratis
Instagram @lorelai_23
Spazi verdi con vista
Ravenna è ricca non solo di monumenti, ma anche di parchi e giardini. Il parco Teodorico viene gelosamente custodito ed è un’enorme area alle spalle del Mausoleo. Nella zona opposta al Mausoleo c’è anche un laghetto che in primavera si riempie di fiori di loto e di diverse specie di volatili, spesso non molto amichevoli.
Un altro piccolo angolo è il giardino delle erbe dimenticate, vicino a piazza Kennedy. In primavera si riempie di colori e di profumi, in una rilassante atmosfera lontana dalle vie dello shopping del centro. Costo: gratis
Acqua dolce e salata
Ravenna ha la fortuna di avere immensi patrimoni anche a livello paesaggistico. A Marina di Ravenna si può passeggiare tra le dune per una suggestiva vista stile “California Dreaming”, mentre tra Marina Romea e Casal Borsetti si può scegliere tra pineta, spiaggia e la foce del delta del Po, uno dei parchi nazionali italiani in cui la natura ha ancora la meglio sull’uomo. Costo: gratis
Instagram @linalaugo
Il cimitero monumentale
Raramente si sceglie di visitare il cimitero di una città, a meno che non si voglia rendere omaggio a personaggi illustri. Il cimitero monumentale si trova su una delle sponde del Canale Candiano, regalando una visuale insolita sullo specchio d’acqua che dal mare arriva fino al centro della città. Recentemente restaurato, la sua imponenza dà al visitatore un senso di piccolezza e temporalità che suggestiona molto. Anche la zona in cui si trova è un piccolo tesoro nascosto, e grazie alla presenza di una piccola scaletta per l’attracco dei mezzi di soccorso ci si può azzardare a toccare l’acqua del canale (che comincia ad assumere un colore leggermente più naturale). Costo: gratis
Tomba di Dante
Un’altra tomba a cui non si può negare almeno una visita è quella di Dante Alighieri, in cui da secoli vengono gelosamente custodite le spoglie del poeta fiorentino. Costo: gratis
Ovviamente questi sono solo alcuni dei posti inusuali da poter visitare a Ravenna. Quali sono i vostri luoghi del cuore?