Dall’11 al 13 febbraio si è tenuta l’edizione 2018 della Borsa Internazionale del Turismo di Milano e noi dello Studio Giaccardi & Associati siamo andati anche qui alla scoperta di nuovi mood e nuovi trend.
Lo stand della Sardegna alla BIT 2018
L’input dato dal MIBACT e dal Ministero delle politiche agricole di dichiarare il 2018 come anno del cibo italiano è stato accolto da tutte le regioni presenti che hanno portato i loro migliori chef ed esperienze per dare dimostrazione in diretta delle loro cucine e hanno organizzato stand e presentazioni per offrire a buyer, curiosi e appassionati un assaggio dei piatti tipici, come hanno fatto ad esempio tra gli altri Puglia e Sardegna.
Il turismo è proprio cambiato: il business non viene dal territorio, ma è il territorio stesso. Le destinazioni territoriali hanno accolto la suggestione del 2018 come anno del cibo italiano e lo fanno emergere declinando l’offerta caratteristica verso il turismo slow incentrato sul cibo.
Tra gli stand e l’area conferenze è proprio il turismo enogastronomico a emergere in maniera prepotente: il 93% dei turisti vuole esperienze enogastronomiche e il 30% dei viaggiatori si muove espressamente per cercare esperienze nuove nel cibo. Le destinazioni territoriali sono attente ai bisogni del turista enogastronomico, con un budget di spesa medio-alto e che non solo chiede i prodotti tipici ma è attento anche all’offerta culturale dei luoghi che visita per un’esperienza completa.
La tecnologia, ovviamente, è stata oggetto di molti incontri, dando spazio a start-up selezionate e presentando nuovi modelli di analisi dei dati da applicare al marketing. Ormai non si tratta solo di rendere facili le prenotazioni online –arrivate all’80%, di cui il 30% da mobile-, ma di avere sotto controllo la propria reputazione online per modulare e rafforzare strategie di branding e promo-commercializzazione. Ciò vale non solo per gli operatori turistici, ma anche per le destinazioni regionali che per migliorare e migliorarsi devono investire sempre di più nei nuovi canali digitali.
Con sempre maggior forza inoltre stanno via via emergendo innovazioni di offerta, come ad esempio quella legata al turismo LGBT e del wedding.
La sfida per l’offerta turistica Italia è quella di mettere in vetrina e di rendere facilmente accessibili online e offline le esperienze uniche dei territori in uno scenario della domanda che dall’Asia e al Mediterraneo sta di nuovo cambiando profondamente.
I numeri delle lingue straniere e la pianificazione linguistica
Quando parliamo di lingue straniere spesso ci soffermiamo solo sulla parte linguistica o su quella letteraria del fascino che esercita l’idea di parlare una lingua. Pensiamo all’inglese quasi come l’unica lingua straniera da imparare per poterci aprire le porte del mondo.
In realtà in Europa 740 milioni di persone parlano circa 225 lingue. L’istituzione più rappresentativa, l’Unione europea, lavora in 24 lingue e riconosce l’importanza di altre 60 lingue minoritarie.
I governi dei singoli stati sono responsabili delle scelte che attuano nel campo della pianificazione linguistica, ovvero nella scelta di quali lingue promuovere sul proprio territorio. Scegliere di imparare una lingua straniera comporta una serie di variabili, dirette e indirette, che possono essere studiate solo con gli strumenti di varie discipline: non solo la linguistica o la glottodidattica, ma anche l’economia e la sociologia. Tutto questo viene riassunto in una nuova interdisciplina: l’economia delle lingue.
Cos’è l’economia delle lingue?
L’economia delle lingue raggruppa diversi temi trasversali: lo studio dell’effetto delle competenze linguistiche sul reddito e sul commercio internazionale, la modellizzazione matematica delle dinamiche linguistiche, l’identificazione dei costi e dei benefici delle azioni di pianificazione linguistica, la tutela delle lingue minoritarie, la valutazione dell’efficacia e dell’equità delle politiche linguistiche a livello internazionale.
Secondo François Grin, uno dei primi studiosi di economia delle lingue, questa materia “usa i concetti e gli strumenti dell’economia nello studio di relazioni inerenti le variabili linguistiche. Si focalizza principalmente, ma non esclusivamente, su quelle relazioni in cui anche le variabili economiche giocano un ruolo”.
Anche le aziende possono trarre benefici da una corretta strategia linguistica: le società che adottano una strategia linguistica coerente hanno aumentato il fatturato, passando dal 10 al 25%. Secondo un’indagine delle Camere di commercio britanniche, le imprese che applicano le capacità linguistiche esportano il 45% in più.
Lingue e turismo a Leeuwarden 2018
Un altro campo di studio che si può aggiungere all’economia delle lingue è quello del rapporto tra lingue e turismo. Una delle capitali europee della cultura per il 2018, Leeuwarden, nei Paesi Bassi, ha presentato un innovativo progetto chiamato “Lân fan taal”, terra della lingua. Il progetto punta a far risaltare gli aspetti economici del multilinguismo, come la collaborazione tra istituti di ricerca, e il turismo culturale legato alle lingue. Leeuwarden è molto sensibile a questo argomento: oltre ad avere dato i natali a Schiele e Mata Hari, è la capitale della provincia della Frisia in cui si parla il Frisone, una lingua minoritaria parlata da circa 500 mila persone.
La tutela delle lingue minoritarie
Le lingue minoritarie, la loro tutela e valorizzazione sono un tema sensibile in diverse regioni italiane, tra cui anche il Friuli Venezia Giulia. La nostra analista di ricerca Mara Mennella è stata invitata a presentare un intervento al convegno “Modelli di tutela e pratiche di successo per l’insegnamento delle lingue minoritarie in Europa” che si terrà a Cividale del Friuli il 16 gennaio 2018. Tra gli altri obiettivi del convegno, oltre a sensibilizzare sull’importanza della diversità linguistica, c’è quello di aumentare le opportunità occupazionali dei parlanti di una lingua minoritaria.
Sono stata invitata dall’ARLeF a presentare un intervento sulle pratiche di successo nell’insegnamento delle lingue minoritarie degli Stati europei al convegno “Modelli di tutela e pratichedi successo per l’insegnamento delle lingue minoritarie in Europa”.
Il meeting del 16 gennaio è il primo appuntamento all’interno del progetto europeo “Rush – lingue minoritarie e orizzonti plurilingui”. L’Agenzia Regionale per la lingua friulana (ARLeF) promuove questo progetto triennale in collaborazione con la Croazia e la regione spagnola della Galizia. I tre partner mirano, tra gli altri obiettivi, a sviluppare un senso di cittadinanza attiva e consapevole e ad aumentare le opportunità occupazionali dei parlanti di una lingua minoritaria. Verrà anche fondato un centro di documentazione per l’autoformazione dei docenti per la modernizzazione dei sistemi di insegnamento.
L’appuntamento è per martedì 16 gennaio dalle 9 alle 16.30 presso il Palazzo de Nordis di Cividale del Friuli.
Era il 2009 e 150 persone si riunivano in un hotel di Dublino per il primo Web Summit. La nona edizione, a Lisbona dal 6 al 9 novembre 2017, ha ospitato più di 60.000 visitatori, di cui 2.500 per promuovere la propria azienda, 1.200 speaker, 2.600 giornalisti da oltre 170 paesi del mondo. C’erano circa 2.000 italiani ma non il Governo italiano a differenza di altri partner europei.
Come nasce un evento da 60 mila ospiti come il Web Summit
Una crescita esponenziale, nonostante i prezzi da capogiro per partecipare all’evento: 800 € per un ingresso base e fino a 10.000 € per avere uno stand e colloqui privati con business angels
L’ideatore del Web Summit, PaddyCosgrave, irlandese, è partito da un’idea semplice: riunire le persone che lavorano nel mondo della tecnologia per spendere un po’di tempo insieme. “Stranamente”, come racconta in un’intervista a Wired UK “le persone nella Silicon Valley che creano software per connettere il mondo non spendono molto tempo nell’incontrarsi l’un l’altro”.
Negli anni PaddyCosgrave,David Kelly eDaireHickey sono riusciti a far diventare il Web Summit un punto di riferimento mondiale con la conferenza annuale a novembre. Sono riusciti anche a organizzare altri eventi: Surge in India, Rise in Cina, Collision negli Stati Uniti e MoneyConf a Dublino. Considerato “la Davos per geeks”, nel 2015 il Web Summit si è spostato da Dublino a Lisbona, ufficializzando il Portogallo come uno dei mercati emergenti a livello di innovazione tecnologica in Europa.
Come funziona il Web Summit
Nella tre giorni il programma è intenso anche per un visitatore non interessato a incontrare un venture capitalist. Bisogna scegliere tra 26 conferenze con tematiche diverse, tavole rotonde, workshop, momenti con i mentors, chiacchierate ispiratrici. Se sei una start-up selezionata nel programma Alpha, hai a disposizione un “banchetto”per un giorno per promuovere il tuo prodotto.
Camminando da un padiglione all’altro dell’Altice Arena di Lisbona si possono trovare grandi e piccole aziende in mostra. Google, per esempio, ha messo a disposizione i suoi esperti per dare consigli ai futuri “unicorni”, in gergo start-up che nascono con un piccolo investimento e vengono poi vendute per milioni di euro.
Sono presenti anche le istituzioni per promuovere programmi di finanziamento nell’innovazione. L’Unione europea era presente con l’EASME, l’agenzia esecutiva per le piccole e medie imprese. In tutto questo deve esserci anche il tempo di un caffè con un possibile investitore. A ricordarlo è l’app ufficiale del Web Summit che offre ai partecipanti la possibilità di chattare direttamente con qualsiasi altro partecipante e di riempire un’agenda personalizzata con eventi e incontri. Da non dimenticare uno dei grandi attrattori: il Night Summit, eventi di networking organizzati nei pub di Lisbona.
Cos’è successo quest’anno?
Protagonista di quest’anno è stato il dibattito sull’intelligenza artificiale e sull’etica nella tecnologia. Ad aprire il Summit è stato Stephen Hawking: “I nostri sistemi di intelligenza artificiale devono fare ciò che noi vogliamo che facciano, per il beneficio dell’umanità”, ha affermato.
Altro tema scottante è stato toccato dalla Commissaria europea alla concorrenza, Margrethe Vestager: la regolamentazione dei colossi online per garantire la competitività. Il suo è stato uno degli interventi più applauditi e ha portato sotto i riflettori l’impegno dell’Unione Europea per mettere le piccole e medie imprese e l’innovazione tecnologica al centro della crescita economica europea. protagonista anche il cambio climatico con Al Gore, ex vicepresidente statunitense, che ha chiesto l’aiuto del mondo tech “per essere parte della soluzione alla crisi climatica”.
Si è parlato di anche di bullismo sui social con la modella portoghese Sara Sampaio e di sport con Caitlin Jenner, ex atleta olimpica.
Perchè ha così tanto successo il Web Summit
Il Web Summit è diventato negli anni uno degli eventi tecnologici più attesi, quasi superando eventi come il CES di Las Vegas e l’E3 di San Francisco. Un marketing a volte anche aggressivo –è da poco finita l’edizione del 2017 e i biglietti per il 2018 sono già in vendita- e la passerella di investitori altrimenti irraggiungibili hanno reso il Web Summit un appuntamento imperdibile per le start-up, e non solo. Quella che era nata come una conferenza per unire le persone nel mondo della tecnologia è diventato momento di riflessione politica, economica e sociale riuscendo così ad attirare anche chi non è direttamente coinvolto nel mondo dell’innovazione tecnologica.
E l’Italia?
Nel 2017 si sono registrati circa 2.000 italiani partecipanti. La presenza istituzionale è stata rappresentata dal commissario straordinario del governo per il digitale Diego Piacentini e dalle parlamentari Laura Comi e Anna Ascani. Sono apparse altre figure importanti come il produttore cinematografico Aurelio De Laurentis e in collegamento direttamente dallo spazio anche l’astronauta Paolo Nespoli. Da notare però, nonostante la numerosa presenza di partecipanti, che l’Italia non è presente tra i partner istituzionali mentre altri governi europei hanno deciso di investire in questo evento: Regno Unito, Francia, Spagna, Olanda, Portogallo, Cipro e addirittura rappresentanze regionali dalla Loira, Tenerife e Azorre. Stiamo perdendo la possibilità di esprimerci come hub dell’innovazione? Lo scopriremo a Lisbona, dal 5 all’8 novembre 2018.
Riprendiamo il discorso sulla nascita del movimento indipendentista catalano di cui abbiamo parlato in questo articolo. Ripartiamo dal XX secolo per arrivare fino al 2017.
La nascita del catalanismo e la dittatura di Primo de Rivera (1923-1931)
Nel 1901 il catalanismo diventa un movimento politico con la fondazione della Lliga regionalista, un partito nazionalista conservatore, che si presenta alle elezioni e le vince. Si forma poi una lega delle province catalane, la Mancomunidad de Cataluña, inizialmente non riconosciuta ma poi approvata nel 1913. È la prima volta dal 1714 che il governo centrale riconosce l’unità territoriale della Catalogna. Poco prima della dittatura di Primo de Rivera, Francesc Macià fonda il primo partito indipendentista catalano, Estat Català. La Mancomunidad viene sciolta durante la dittatura di Primo de Rivera (1923-1931), inizialmente appoggiato dalla borghesia catalana che temeva le forze anarchiche. La Catalogna diviene una delle forze di opposizione alla dittatura. Alla caduta di Rivera, si costituisce una coalizione di partiti di sinistra denominata Esquerra Republicana de Catalunya.
La repubblica autonoma della Catalogna durante la Seconda repubblica Spagnola (1931-1939)
Tra il 1931 e il 1934, anni della seconda repubblica, la Catalogna non rimane inerte: nel 1932 viene votato l’Estatut, e nel 1934 Lluis Companys proclama una repubblica all’interno della repubblica federale spagnola. Il governo centrale interviene sospendendo le istituzioni autonome e l’autonomia viene ristabilita due anni dopo con elezioni vinte da una coalizione di sinistra chiamata Frente Popular.
Lluis Companys (al centro) e alcuni membri del governo in carcere dopo la proclamazione della repubblica catalana (1934)
Una guerra civile fratricida in Catalogna (1936-1939)
Con lo scoppio della guerra civile la Catalogna si ritrova di nuovo a combattere più contro se stessa che contro l’arrivo di Franco a Barcellona. La vittoria di Manuel Azaña (di sinistra) alle elezioni repubblicane del 1936 non è ben accettata nè dalle forze di destra nè da quelle di estrema sinistra. Proprio a Barcellona nel 1936 si organizza e inizia un colpo di stato contro la Seconda Repubblica, organizzato dagli anarchici. Qui iniziano una serie di battaglie e accadimenti principalmente tra il governo repubblicano e gli anarchici [Avviso: questa parte potrebbe essere modificata in futuro data la difficoltà di comprendere e quindi spiegare bene ciò che è successo in Catalogna prima dell’occupazione franchista].
Le province della Catalogna poco prima della Guerra Civile Spagnola (1936-1939)
Le battaglie lasciano Barcellona e la Catalogna completamente divise, tanto che Franco non ha problemi a occupare la città il 26 gennaio 1939, stremata da anni di battaglie interne e dai bombardamenti tedeschi e italiani.
Il franchismo in Catalogna tra repressione e crescita economica
L’instaurazione del regime franchista prevede l’annullamento di qualsiasi libertà, tra cui anche quella di poter parlare catalano. Nonostante questo, la Catalogna è stata in realtà l’unica regione a vivere un momento di sviluppo industriale ed economico per la scelta del governo di mettere a Barcellona le sedi delle principali industrie di interesse nazionale (tra cui la SEAT) e per l’aumento della popolazione dovuta agli spostamenti di manodopera dalle regioni più povere della Spagna alla Catalogna.
Operai al lavoro sulla SEAT 600 nello stabilimento di Martorell (Barcellona)
La transizione democratica e il pujolismo (1980-2003)
Alla morte di Franco si ristabiliscono le libertà fondamentali. La costituzione del 1978 definisce la Spagna come uno stato di autonomie, e si torna a votare per la Generalitat de Catalunya. Nel 1979 entra in vigore il nuovo Estatut de autonomia, e Jordi Pujol, di Covergencia i uniò (centrodestra), viene eletto presidente dal 1980 al 2003.
Jordi Pujol, uno dei leader del nazionalismo catalano
I casi di corruzione e di appropriazione indebita di denaro pubblico –di cui parleremo più avanti- portano a parlare di “pujolismo“, e spesso ci si riferisce a Pujol come se fosse stato un vero e proprio monarca in Catalogna.
Una Catalogna sempre più autonoma
In questi anni la Catalogna raggiunge ancora più autonomia: le viene concesso di avere un corpo di polizia autonomo, i mossos d’esquadra, un’amministrazione comarcal, che riunisce città a livello più ristretto rispetto alle province, un tribunale superiore di giustizia e una corporazione audiovisuale catalana per cui la regione gestisce un canale radio (Catalunya Radio) e uno TV (TV3). L’educazione, che in tutta la Spagna è competenza quasi esclusiva delle regioni autonomiche, diventa in lingua catalana immersiva: il governo centrale chiede di studiare spagnolo almeno due ore a settimana. Inoltre, la Spagna ratifica immediatamente la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, dando così un ulteriore riconoscimento all’importanza delle lingue minoritarie sul territorio spagnolo.
Nel 2005 viene riconosciuto il dominio .cat per le pagine internet in lingua catalana, il primo esempio per una comunità linguistica.
2003-2010: i progetti sfumati di un nuovo Estatut
Dopo 23 anni di governo Pujol, di centrodestra, nel 2003 Pasqual Maragall (socialista) diventa presidente con una coalizione di centrosinistra. Partono i progetti per un nuovo statuto autonomico, al tempo appoggiato anche dai partiti di centro sinistra e da Zapatero.
Nel 2006 viene convocato un referendum per l’approvazione di un nuovo Estatut de autonomia. Vince il sì con il 73% dei voti, ma con un’astensione del 50%. Maragall, nonostante avesse compiuto ciò che si erano prefissati, cioè di dotare di ancora più autonomia la Catalogna, viene costretto alle dimissioni, chieste soprattutto dal suo partito, il Partito Socialista Catalano, anche per la mancanza dell’appoggio di altre forze di sinistra come Esquerra Republicana. Vengono convocate nuove elezioni vinte da José Montilla di Convergencia i Uniò.
Il ruolo chiave di Rajoy per infiammare gli indipendentisti e l’inizio del procés
Questi anni sembrano essere il punto chiave del catalanismo che conosciamo oggi, e un ruolo importante per incendiare le masse è quello di Mariano Rajoy. Il Partito Popolare, di cui Rajoy era presidente, ricorre al Tribunale Costituzionale spagnolo per l’incostituzionalità dell’Estatut, soprattutto perchè si prevedeva il riconoscimento della Catalogna come nazione e l’autonomia nella gestione del potere giudiziario. Il tribunale costituzionale dichiara l’Estatut non a norma, e i catalani cominciano a sentire la pressione del governo centrale contro il proprio sentimento.
Rajoy nel 2006 alla presentazione delle 4 milioni di firme contro l’Estatut catalano. Il motto “Tutti abbiamo il diritto di dire la nostra”
Le elezioni del 2010 riportano al potere Convergencia i Uniò con il candidato Artur Mas.
L’ex presidente catalano Artur Mas
Il “mantra” di Mas è di negoziare una maggiore autonomia fiscale per la Catalogna, che negli anni aveva raggiunto un livello di debito pubblico altissimo che ad oggi è di circa 10.000 euro per abitante della regione. Con lui si dà inizio al proces, l’insieme delle trattative e delle consultazioni popolari che porteranno la Catalogna a essere una repubblica indipendente.
Grafico del debito pubblico di ogni comunità autonoma in Spagna. Catalogna e Paesi Baschi hanno il record.
Con Rajoy presidente del Governo, tale autonomia non viene concessa. Nel 2012, forte di un nuovo movimento indipendentista, Mas convoca le elezioni convinto di poter rafforzare la sua maggioranza. Perde 12 seggi, ma una coalizione con Esquerra Republicana permette di nominare un governo.
Tra il 2012 e il 2013 il catalanismo si rafforza. La crisi economica che fa impennare la disoccupazione, il generale malcontento per i tagli dopo il salvataggio da parte dell’Unione europea e la crisi dei partiti fanno concentrare l’attenzione sull’idea che la Catalogna possa stare meglio da sola.
Secondo quanto scritto da Il Post, i favorevoli all’indipendenza sono passati dal 18,5 per cento dell’ottobre 2007 al 34,6 per cento del 2017, raggiungendo picchi vicini al 50 per cento nel 2013.
Gli scandali di corruzione in Catalogna (2012-2013)
I leader catalani pro-indipendenza sembrano sfruttare questo nuovo movimento per far parlare il meno possibile degli scandali di corruzione scoppiati proprio tra il 2012 e il 2013.
Jordi Pujol, presidente dal 1980 al 2003 viene indagato insieme alla sua famiglia per appropriazione indebita di denaro pubblico. Nel 2014 Pujol confessa di avere nascosto conti all’estero per 34 anni. A maggio 2017 viene reso pubblico che la famiglia Pujol ha 69 milioni di euro nascosti ad Andorra di origine sconosciuta. Altri conti e rendite non dichiarati sono presenti in vari paradisi fiscali. Per questi reati è stato condannato il figlio maggiore, Jordi Pujol Ferrusola.
Jordi Pujol e Marta Ferrusola
Viene anche resa pubblica una modalità per il trasferimento illecito di denaro. Marta Ferrusola, moglie di Jordi Pujol, inviava messaggi scritti a mano in cui si definisce “madre superiora” e chiede il passaggio di libri “da una congregazione all’altra”.
Una delle note trovate per il passaggio di denaro da una banca all’altra
Un referendum consultivo per l’indipendenza nel 2014
Nel 2014 viene convocato un referendum per l’indipendenza, considerato illegale dal governo centrale che aveva inizialmente negato le trattative di concessione dell’autonomia. Il referendum si svolge comunque il 9 novembre 2014, con una partecipazione del 37% degli aventi diritto e l’80% di votanti a favore dell’indipendenza. Mas viene successivamente condannato dal Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna per disobbedienza al tribunale costituzionale e prevaricazione.
Artur Mas al seggio per il referendum del 9 novembre 2014
L’autonomia negata e la nomina di Carles Puigdemont
Il 27 settembre 2015 si celebrano nuove elezioni regionali. La Catalogna comincia di nuovo a separarsi internamente, tanto che Convergencia i Uniò non si presenta come partito unico alle elezioni, ma in una coalizione chiamata Junts pel sì con Esquerra Republicana e Convergencia Democratica in una coalizione. La coalizione non raggiunge la maggioranza assoluta, e solo un accordo con la Candidatura d’Unitat Popular (CUP) permette di formare un governo. Mas viene considerato impresentabile dalla CUP e deve farsi da parte. Carles Puigdemont viene nominato presidente nel gennaio 2016.
Dall’investitura nel 2016 Puigdemont ha concentrato tutte le sue forze sull’organizzazione e sull’attuazione del Referendum per la dichiarazione della Repubblica Catalana.
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Il discorso integrale del Governo Catalano al Parlamento europeo di Bruxelles il 24 gennaio 2017, in un’iniziativa organizzata da tre parlamentari europei (ERC-PDeCAT del gruppo ALDE)
Il nazionalismo catalano spiegato in 4 minuti
La situazione catalana spiegata in un programma di satira politica, El Intermedio
Non è facile individuare l’inizio preciso della nascita di un sentimento come quello del nazionalismo catalano. Non è facile anche per le pressioni sull’ideologia nazionalista interne alla Catalogna e per i tentativi di ridimensionamento dall’esterno.
Il nazionalismo catalano nasce dall’idea che la Catalogna sia una nazione con diritto all’autodeterminazione per la sua storia e le sue tradizioni linguistiche e culturali. Per questo si rivendica il pieno sviluppo dell’economia catalana solo nella sua autogestione dal governo centrale.
Catalogna VIII-XVI secolo: la prima indipendenza nel X secolo e l’unione al Regno di Aragona
Per giustificare il sentimento di nazione, i catalanisti si rifanno alla storia medievale della regione. Dopo essere stato anch’esso parte di Al-Andalus nell’VIII secolo, il territorio iberico sotto il controllo musulmano, il territorio catalano passa sotto al controllo carolingio per due secoli fino all’indipendenza ottenuta nel X secolo. La Catalogna divenne poi un territorio feudale, governata da diversi conti.
Nel XII secolo ci fu l’unione dinastica tra Ramón Berenguer IV e Petronila de Aragón, per cui Barcellona entrò a far parte del Regno d’Aragona che nel XV secolo governava anche il sud Italia e la Sardegna. Il matrimonio tra Fernando II di Aragona e Isabella di Castiglia porta a una nuova unione dinastica, ma la Catalogna mantiene le sue istituzioni nate nel 1365 e ufficializzate con le Cortes nel 1495, tanto che fino alla fine del XVI secolo si parla di “regni spagnoli”.
Il matrimonio tra Petronila de Aragón e Ramon Berenguer
Curiosamente, la Generalitat del Catalunya conta i propri presidenti dall’anno 1359. Il primo presidente, secondo quanto si legge su Wikipedia, è Berenguer de Cruilles, vescovo di Girona, mentre Carles Puigdemont è il 130°.
Els segadors, inno della Catalogna dal 1640
La crisi dovuta alla guerra dei 30 anni (1618-1648) porta a rivolte a Barcellona, chiamate dei segadors (1640), dei mietitori arrivati dalla campagna per vendicare la condanna a morte per omicidio di uno di loro da parte dei soldati del re. Questo episodio dà inizio a una guerra civile catalana tra i catalani a favore dell’indipendenza da Felipe IV e i monarchici. La canzone dei segadors è l’inno della Generalitat de Catalunya.
Catalogna a influenza spagnola, poi francese, poi di nuovo spagnola
I catalani indipendentisti raggiungono l’accordo di separazione dai monarchi spagnoli. Sedotti dalla Francia, la Catalogna si sottomette a Luigi XIII nel 1641. Presto però i catalani si rendono conto che, in fin dei conti, erano sempre sottomessi a un monarca. Chiedono quindi di ritornare sotto il controllo spagnolo. Con il Trattato dei Pirenei del 1659 Felipe IV recupera il controllo della Catalogna, lasciando alcune contee pirenaiche alla Francia e di fatto dividendo il territorio catalano. Con la guerra di successione alla corona spagnola (1701-1715), che coinvolge quasi tutti i regni europei del tempo, la situazione precipita. Borbonici e catalani sono di nuovo in lotta.
La diada, la rivendicazione dell’indipendenza catalana
L’11 settembre 1714 Barcellona cede dopo mesi di assedio dell’esercito borbonico, che instaura un regime quasi assolutistico e fortemente centralista. Oggi, l’11 settembre si celebra la diada, il giorno festivo nazionale catalano, e si ricorda la caduta della città. Da anni la diada è un giorno di rivendicazione dell’indipendenza catalana, e come si fa presente in questo articolo (da leggere) de Il Post, durante le partite del Barcellona si inneggia all’indipendenza catalana al minuto 17.14.
I decreti di Nueva Planta (1707-1716) aboliscono tutte le istituzioni catalane. Nonostante il centralismo, la Catalogna è una delle regioni più ricche, anche grazie al commercio con il Sudamerica e all’industrializzazione.
L’oppressione di Napoleone, il catalanismo e la Prima Repubblica Spagnola
Tra il 1808 e il 1814 la Catalogna soffre l’occupazione napoleonica, e in seguito una nuova guerra di successione monarchica divide la Catalogna. Come risultato, verso la fine del XIX secolo nasce il catalanismo per il recupero della lingua e della cultura catalana, vietati per un secolo, e comincia a svilupparsi un sentimento repubblicano anche per le guerre di successione al trono
L’inefficienza di Isabella II, vincitrice della guerra di successione, porta a una rivoluzione, detta La Gloriosa, che nel 1868 fa cadere Isabella II e dà inizio a un sessennio rivoluzionario. Gli scontri tra le varie opzioni monarchiche per la successione al trono favoriscono la fondazione della Prima Repubblica Spagnola, dichiarata nel febbraio del 1873 proprio a Barcellona.
Allegoria della Prima Repubblica Spagnola, la niña bonita
La repubblica divisa e la nascita del movimento nazionalista catalano
Gli scontri interni al governo della Repubblica favoriscono la restaurazione borbonica nel 1874. Il catalanismo non è ancora forte, ma la popolazione è molto orgogliosa e contenta di poter recuperare la propria lingua e le proprie tradizioni ed è sempre più a favore del federalismo.
É proprio in questi anni che nasce il movimento nazionalista catalano. Nel 1886 si celebra la prima diada, e la crisi dovuta alla perdita delle colonie nel 1898 riapre il dibattito repubblicano in Catalogna.
Per capire a fondo l’indipendenza della Catalogna bisogna prendere in considerazione molti aspetti della Spagna, paese che noi Italiani conosciamo purtroppo superficialmente.
In questa serie di articoli cercherò di spiegare il più chiaramente possibile come si è arrivati a una rottura così forte in una nazione europea. In questo articolo accenno alla storia del Novecento in Spagna, al franchismo e alla situazione attuale.
Spagna: brevi cenni storici
Dopo la perdita definitiva delle colonie dell’impero –quello che Carlo V descriveva come “l’impero su cui non tramonta mai il sole”- nel 1898 e una profonda crisi economica e sociale nel primo Novecento, il generale Primo de Rivera organizza un colpo di stato e stabilisce una dittatura militare tra il 1923 e il 1930.
Nel 1931 vengono organizzate delle elezioni democratiche, e le manifestazioni popolari costringono il re Alfonso XIII ad autoesiliarsi. Viene proclamata una repubblica tra il 1931 e il 1939, ma le riforme messe in atto nel primo biennio –tra cui il suffragio universale- sono continuamente minacciate da scontri tra repubblicani e monarchici.
La bandiera della Repubblica Spagnola (1931-1939)
La guerra civile (1936-1939) e la dittatura di Franco (1939-1975)
Il colpo di stato del luglio 1936 organizzato, tra gli altri, da Francisco Franco, segna l’inizio della guerra civile in Spagna. I due fronti –Frente Nacional (monarchico) e Bando Republicano– iniziano una guerra sanguinosa. Con il supporto delle truppe tedesche e italiane che provocano la resa delle ultime città, tra cui Almería, l’1 aprile 1939 Franco dichiara la fine della guerra.
Il franchismo in breve
Appoggiato dai nazionalisti, dai monarchici, dai cattolici e da altre forze di destra, Francisco Franco accentra nelle sue mani ogni potere, addirittura decidendo lui stesso la successione dei monarchi.
La prima metà della sua dittatura si caratterizza per una forte repressione: cancella ogni autonomia raggiunta dalle diverse comunità autonome durante la Repubblica del 1931, impone un regime autarchico e cerca di allinearsi il più possibile alle forze dell’Asse (Germania, Italia e Giappone), cambiando anche l’ora del fuso orario. Vieta l’uso di ogni lingua che non sia il castellano, oltre a censurare ogni tipo di opposizione. Molti intellettuali sono costretti all’esilio.
Fino agli anni ’60 il sud della Spagna soffre una povertà incredibile, con zone sprovviste anche dell’elettricità. Gli spagnoli emigrano verso le regioni più ricche e verso l’estero, compreso il Sudamerica. Il Plan de Estabilización del 1959 pone fine all’autarchia, permettendo alla Spagna di cercare di raggiungere le altre nazioni europee in pieno boom economico con vent’anni di ritardo, puntando molto sul turismo.
In questo periodo Juan Carlos è sotto la tutela di Franco, e viene designato “successore” del dittatore nel 1969. Questo è uno dei motivi per cui i Repubblicani e gli ambienti di sinistra hanno fatto fatica ad accettare la monarchia dopo la fine della dittatura.
Il 20 novembre 1975 Franco muore.
La democrazia
Alla morte di Franco viene nominato re Juan Carlos I. Adolfo Suárez è il nuovo capo di governo, incaricato di “traghettare” il Paese verso la democrazia.
Nel 1978 si vota l’attuale costituzione spagnola, con un cambio sostanziale: lo stato non è più centralizzato, ma fortemente decentrato per poter rispondere alle grandi differenze culturali presenti nel territorio.
Con la costituzione vengono inoltre riconosciute come co-ufficiali lingue come il catalano, il basco e il galiziano, lingue ufficiali nelle loro comunità autonome che possono finalmente essere insegnate e parlate nuovamente.
La situazione non è comunque tranquilla: negli anni ’80 si costituisce l’ETA, gruppo terrorista basco attivo fino al 2011, e nel 1981 c’è un altro tentativo di colpo di stato a opera di Antonio Tejero, sventato per l’intervento del re Juan Carlos.
Uno scatto del tentativo di colpo di stato di Tejero (1981)
Gli anni ’80 sono gli anni della rinascita della Spagna, e il 1992 è l’anno della svolta a livello internazionale: Barcellona ospita le olimpiadi e Sevilla l’Esposizione universale.
Nel 2004 un attentato di Al Qaeda a Madrid provoca nuove grandi manifestazioni per chiedere la ritirata delle truppe spagnole in Iraq. Nello stesso anno, José María Aznar (Partito Popolare) perde le elezioni e Luis Rodríguez Zapatero (Partito Socialista) diventa presidente.
Zapatero si dimette nel 2011 in seguito alle forti pressioni dovute alla crisi economica, e alle successive elezioni vince Mariano Rajoy (Partito Popolare). Nel 2012 l’Unione europea salva la Spagna dalla bancarotta.
Aznar, Zapatero, Rajoy
La Spagna oggi
Gli ultimi anni sono caratterizzati dalla fine del bipartitismo, con la presenza di nuovi forti schieramenti come Podemos (di sinistra) e Ciudadanos (liberali/centro destra) che di fatto hanno spaccato il Parlamento in quattro, con una maggioranza risicata del Partito Popolare.
In seguito al referendum catalano stiamo assistendo alla maggiore crisi di governo dalla nascita della democrazia. Se si dichiarasse l’indipendenza sarebbero in “forse” non solo l’unità dello stato spagnolo, ma anche la tenuta del governo e l’economia di una delle regioni più ricche d’Europa.
Si potrà pensare che non abbia molta dimestichezza con lo sport – e in effetti è vero. Ho sempre praticato diverse discipline -ginnastica artistica, scherma, nuoto, danza, pallamano- ma non ho mai eccelso in nessuna.
Ho avuto più fortuna prestando la voce e le parole allo sport, e in particolare al baseball. Ho lavorato per parecchi anni in squadre professionistiche come ufficio stampa e speaker per le partite ufficiali. Mi sono divertita molto, ed è stato un piacere poter rivivere quelle emozioni parlando si sport a livello europeo.
Non molti sanno, infatti, che l’Unione Europea si occupa di sport dal 2009, e che l’Erasmus+ copre anche scambi tra squadre sportive no profit.
Vuoi scoprire di più? Clicca sul link per leggere il fact sheet (in inglese): Sport fact sheet
Le politiche giovanili sono di competenza nazionale e le politiche sono decise tramite procedura legislativa ordinaria. Nonostante questo,
L’articolo 165 del TFUE prevede l’azione dell’Unione per favorire lo sviluppo degli scambi di giovani e di animatori di attività socioeducative, ad esempio giovani lavoratori, e, dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, per incoraggiare la partecipazione dei giovani alla vita democratica in Europa. L’articolo 166 consente all’UE di attuare una politica di formazione professionale per rafforzare e integrare l’intervento degli Stati membri. Esso attribuisce all’Unione il compito di facilitare l’accesso alla formazione professionale e favorire la mobilità degli istruttori e degli apprendisti, in particolare dei giovani.
Tra i programmi di successo ci sono l’Erasmus+ e il “neonato” Corpo Europeo di solidarietà, con l’obiettivo di promuovere le attività sociali e di volontariato tra i giovani. Per saperne di più, leggi il fact sheet (in inglese, aggiornato a febbraio 2017): Fact sheet of the European Union – Youth