Era il 2009 e 150 persone si riunivano in un hotel di Dublino per il primo Web Summit. La nona edizione, a Lisbona dal 6 al 9 novembre 2017, ha ospitato più di 60.000 visitatori, di cui 2.500 per promuovere la propria azienda, 1.200 speaker, 2.600 giornalisti da oltre 170 paesi del mondo. C’erano circa 2.000 italiani ma non il Governo italiano a differenza di altri partner europei.
Come nasce un evento da 60 mila ospiti come il Web Summit
Una crescita esponenziale, nonostante i prezzi da capogiro per partecipare all’evento: 800 € per un ingresso base e fino a 10.000 € per avere uno stand e colloqui privati con business angels
L’ideatore del Web Summit, PaddyCosgrave, irlandese, è partito da un’idea semplice: riunire le persone che lavorano nel mondo della tecnologia per spendere un po’di tempo insieme. “Stranamente”, come racconta in un’intervista a Wired UK “le persone nella Silicon Valley che creano software per connettere il mondo non spendono molto tempo nell’incontrarsi l’un l’altro”.
Negli anni PaddyCosgrave,David Kelly eDaireHickey sono riusciti a far diventare il Web Summit un punto di riferimento mondiale con la conferenza annuale a novembre. Sono riusciti anche a organizzare altri eventi: Surge in India, Rise in Cina, Collision negli Stati Uniti e MoneyConf a Dublino. Considerato “la Davos per geeks”, nel 2015 il Web Summit si è spostato da Dublino a Lisbona, ufficializzando il Portogallo come uno dei mercati emergenti a livello di innovazione tecnologica in Europa.
Come funziona il Web Summit
Nella tre giorni il programma è intenso anche per un visitatore non interessato a incontrare un venture capitalist. Bisogna scegliere tra 26 conferenze con tematiche diverse, tavole rotonde, workshop, momenti con i mentors, chiacchierate ispiratrici. Se sei una start-up selezionata nel programma Alpha, hai a disposizione un “banchetto”per un giorno per promuovere il tuo prodotto.
Camminando da un padiglione all’altro dell’Altice Arena di Lisbona si possono trovare grandi e piccole aziende in mostra. Google, per esempio, ha messo a disposizione i suoi esperti per dare consigli ai futuri “unicorni”, in gergo start-up che nascono con un piccolo investimento e vengono poi vendute per milioni di euro.
Sono presenti anche le istituzioni per promuovere programmi di finanziamento nell’innovazione. L’Unione europea era presente con l’EASME, l’agenzia esecutiva per le piccole e medie imprese. In tutto questo deve esserci anche il tempo di un caffè con un possibile investitore. A ricordarlo è l’app ufficiale del Web Summit che offre ai partecipanti la possibilità di chattare direttamente con qualsiasi altro partecipante e di riempire un’agenda personalizzata con eventi e incontri. Da non dimenticare uno dei grandi attrattori: il Night Summit, eventi di networking organizzati nei pub di Lisbona.
Cos’è successo quest’anno?
Protagonista di quest’anno è stato il dibattito sull’intelligenza artificiale e sull’etica nella tecnologia. Ad aprire il Summit è stato Stephen Hawking: “I nostri sistemi di intelligenza artificiale devono fare ciò che noi vogliamo che facciano, per il beneficio dell’umanità”, ha affermato.
Altro tema scottante è stato toccato dalla Commissaria europea alla concorrenza, Margrethe Vestager: la regolamentazione dei colossi online per garantire la competitività. Il suo è stato uno degli interventi più applauditi e ha portato sotto i riflettori l’impegno dell’Unione Europea per mettere le piccole e medie imprese e l’innovazione tecnologica al centro della crescita economica europea. protagonista anche il cambio climatico con Al Gore, ex vicepresidente statunitense, che ha chiesto l’aiuto del mondo tech “per essere parte della soluzione alla crisi climatica”.
Si è parlato di anche di bullismo sui social con la modella portoghese Sara Sampaio e di sport con Caitlin Jenner, ex atleta olimpica.
Perchè ha così tanto successo il Web Summit
Il Web Summit è diventato negli anni uno degli eventi tecnologici più attesi, quasi superando eventi come il CES di Las Vegas e l’E3 di San Francisco. Un marketing a volte anche aggressivo –è da poco finita l’edizione del 2017 e i biglietti per il 2018 sono già in vendita- e la passerella di investitori altrimenti irraggiungibili hanno reso il Web Summit un appuntamento imperdibile per le start-up, e non solo. Quella che era nata come una conferenza per unire le persone nel mondo della tecnologia è diventato momento di riflessione politica, economica e sociale riuscendo così ad attirare anche chi non è direttamente coinvolto nel mondo dell’innovazione tecnologica.
E l’Italia?
Nel 2017 si sono registrati circa 2.000 italiani partecipanti. La presenza istituzionale è stata rappresentata dal commissario straordinario del governo per il digitale Diego Piacentini e dalle parlamentari Laura Comi e Anna Ascani. Sono apparse altre figure importanti come il produttore cinematografico Aurelio De Laurentis e in collegamento direttamente dallo spazio anche l’astronauta Paolo Nespoli. Da notare però, nonostante la numerosa presenza di partecipanti, che l’Italia non è presente tra i partner istituzionali mentre altri governi europei hanno deciso di investire in questo evento: Regno Unito, Francia, Spagna, Olanda, Portogallo, Cipro e addirittura rappresentanze regionali dalla Loira, Tenerife e Azorre. Stiamo perdendo la possibilità di esprimerci come hub dell’innovazione? Lo scopriremo a Lisbona, dal 5 all’8 novembre 2018.
Riprendiamo il discorso sulla nascita del movimento indipendentista catalano di cui abbiamo parlato in questo articolo. Ripartiamo dal XX secolo per arrivare fino al 2017.
La nascita del catalanismo e la dittatura di Primo de Rivera (1923-1931)
Nel 1901 il catalanismo diventa un movimento politico con la fondazione della Lliga regionalista, un partito nazionalista conservatore, che si presenta alle elezioni e le vince. Si forma poi una lega delle province catalane, la Mancomunidad de Cataluña, inizialmente non riconosciuta ma poi approvata nel 1913. È la prima volta dal 1714 che il governo centrale riconosce l’unità territoriale della Catalogna. Poco prima della dittatura di Primo de Rivera, Francesc Macià fonda il primo partito indipendentista catalano, Estat Català. La Mancomunidad viene sciolta durante la dittatura di Primo de Rivera (1923-1931), inizialmente appoggiato dalla borghesia catalana che temeva le forze anarchiche. La Catalogna diviene una delle forze di opposizione alla dittatura. Alla caduta di Rivera, si costituisce una coalizione di partiti di sinistra denominata Esquerra Republicana de Catalunya.
La repubblica autonoma della Catalogna durante la Seconda repubblica Spagnola (1931-1939)
Tra il 1931 e il 1934, anni della seconda repubblica, la Catalogna non rimane inerte: nel 1932 viene votato l’Estatut, e nel 1934 Lluis Companys proclama una repubblica all’interno della repubblica federale spagnola. Il governo centrale interviene sospendendo le istituzioni autonome e l’autonomia viene ristabilita due anni dopo con elezioni vinte da una coalizione di sinistra chiamata Frente Popular.
Lluis Companys (al centro) e alcuni membri del governo in carcere dopo la proclamazione della repubblica catalana (1934)
Una guerra civile fratricida in Catalogna (1936-1939)
Con lo scoppio della guerra civile la Catalogna si ritrova di nuovo a combattere più contro se stessa che contro l’arrivo di Franco a Barcellona. La vittoria di Manuel Azaña (di sinistra) alle elezioni repubblicane del 1936 non è ben accettata nè dalle forze di destra nè da quelle di estrema sinistra. Proprio a Barcellona nel 1936 si organizza e inizia un colpo di stato contro la Seconda Repubblica, organizzato dagli anarchici. Qui iniziano una serie di battaglie e accadimenti principalmente tra il governo repubblicano e gli anarchici [Avviso: questa parte potrebbe essere modificata in futuro data la difficoltà di comprendere e quindi spiegare bene ciò che è successo in Catalogna prima dell’occupazione franchista].
Le province della Catalogna poco prima della Guerra Civile Spagnola (1936-1939)
Le battaglie lasciano Barcellona e la Catalogna completamente divise, tanto che Franco non ha problemi a occupare la città il 26 gennaio 1939, stremata da anni di battaglie interne e dai bombardamenti tedeschi e italiani.
Il franchismo in Catalogna tra repressione e crescita economica
L’instaurazione del regime franchista prevede l’annullamento di qualsiasi libertà, tra cui anche quella di poter parlare catalano. Nonostante questo, la Catalogna è stata in realtà l’unica regione a vivere un momento di sviluppo industriale ed economico per la scelta del governo di mettere a Barcellona le sedi delle principali industrie di interesse nazionale (tra cui la SEAT) e per l’aumento della popolazione dovuta agli spostamenti di manodopera dalle regioni più povere della Spagna alla Catalogna.
Operai al lavoro sulla SEAT 600 nello stabilimento di Martorell (Barcellona)
La transizione democratica e il pujolismo (1980-2003)
Alla morte di Franco si ristabiliscono le libertà fondamentali. La costituzione del 1978 definisce la Spagna come uno stato di autonomie, e si torna a votare per la Generalitat de Catalunya. Nel 1979 entra in vigore il nuovo Estatut de autonomia, e Jordi Pujol, di Covergencia i uniò (centrodestra), viene eletto presidente dal 1980 al 2003.
Jordi Pujol, uno dei leader del nazionalismo catalano
I casi di corruzione e di appropriazione indebita di denaro pubblico –di cui parleremo più avanti- portano a parlare di “pujolismo“, e spesso ci si riferisce a Pujol come se fosse stato un vero e proprio monarca in Catalogna.
Una Catalogna sempre più autonoma
In questi anni la Catalogna raggiunge ancora più autonomia: le viene concesso di avere un corpo di polizia autonomo, i mossos d’esquadra, un’amministrazione comarcal, che riunisce città a livello più ristretto rispetto alle province, un tribunale superiore di giustizia e una corporazione audiovisuale catalana per cui la regione gestisce un canale radio (Catalunya Radio) e uno TV (TV3). L’educazione, che in tutta la Spagna è competenza quasi esclusiva delle regioni autonomiche, diventa in lingua catalana immersiva: il governo centrale chiede di studiare spagnolo almeno due ore a settimana. Inoltre, la Spagna ratifica immediatamente la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, dando così un ulteriore riconoscimento all’importanza delle lingue minoritarie sul territorio spagnolo.
Nel 2005 viene riconosciuto il dominio .cat per le pagine internet in lingua catalana, il primo esempio per una comunità linguistica.
2003-2010: i progetti sfumati di un nuovo Estatut
Dopo 23 anni di governo Pujol, di centrodestra, nel 2003 Pasqual Maragall (socialista) diventa presidente con una coalizione di centrosinistra. Partono i progetti per un nuovo statuto autonomico, al tempo appoggiato anche dai partiti di centro sinistra e da Zapatero.
Nel 2006 viene convocato un referendum per l’approvazione di un nuovo Estatut de autonomia. Vince il sì con il 73% dei voti, ma con un’astensione del 50%. Maragall, nonostante avesse compiuto ciò che si erano prefissati, cioè di dotare di ancora più autonomia la Catalogna, viene costretto alle dimissioni, chieste soprattutto dal suo partito, il Partito Socialista Catalano, anche per la mancanza dell’appoggio di altre forze di sinistra come Esquerra Republicana. Vengono convocate nuove elezioni vinte da José Montilla di Convergencia i Uniò.
Il ruolo chiave di Rajoy per infiammare gli indipendentisti e l’inizio del procés
Questi anni sembrano essere il punto chiave del catalanismo che conosciamo oggi, e un ruolo importante per incendiare le masse è quello di Mariano Rajoy. Il Partito Popolare, di cui Rajoy era presidente, ricorre al Tribunale Costituzionale spagnolo per l’incostituzionalità dell’Estatut, soprattutto perchè si prevedeva il riconoscimento della Catalogna come nazione e l’autonomia nella gestione del potere giudiziario. Il tribunale costituzionale dichiara l’Estatut non a norma, e i catalani cominciano a sentire la pressione del governo centrale contro il proprio sentimento.
Rajoy nel 2006 alla presentazione delle 4 milioni di firme contro l’Estatut catalano. Il motto “Tutti abbiamo il diritto di dire la nostra”
Le elezioni del 2010 riportano al potere Convergencia i Uniò con il candidato Artur Mas.
L’ex presidente catalano Artur Mas
Il “mantra” di Mas è di negoziare una maggiore autonomia fiscale per la Catalogna, che negli anni aveva raggiunto un livello di debito pubblico altissimo che ad oggi è di circa 10.000 euro per abitante della regione. Con lui si dà inizio al proces, l’insieme delle trattative e delle consultazioni popolari che porteranno la Catalogna a essere una repubblica indipendente.
Grafico del debito pubblico di ogni comunità autonoma in Spagna. Catalogna e Paesi Baschi hanno il record.
Con Rajoy presidente del Governo, tale autonomia non viene concessa. Nel 2012, forte di un nuovo movimento indipendentista, Mas convoca le elezioni convinto di poter rafforzare la sua maggioranza. Perde 12 seggi, ma una coalizione con Esquerra Republicana permette di nominare un governo.
Tra il 2012 e il 2013 il catalanismo si rafforza. La crisi economica che fa impennare la disoccupazione, il generale malcontento per i tagli dopo il salvataggio da parte dell’Unione europea e la crisi dei partiti fanno concentrare l’attenzione sull’idea che la Catalogna possa stare meglio da sola.
Secondo quanto scritto da Il Post, i favorevoli all’indipendenza sono passati dal 18,5 per cento dell’ottobre 2007 al 34,6 per cento del 2017, raggiungendo picchi vicini al 50 per cento nel 2013.
Gli scandali di corruzione in Catalogna (2012-2013)
I leader catalani pro-indipendenza sembrano sfruttare questo nuovo movimento per far parlare il meno possibile degli scandali di corruzione scoppiati proprio tra il 2012 e il 2013.
Jordi Pujol, presidente dal 1980 al 2003 viene indagato insieme alla sua famiglia per appropriazione indebita di denaro pubblico. Nel 2014 Pujol confessa di avere nascosto conti all’estero per 34 anni. A maggio 2017 viene reso pubblico che la famiglia Pujol ha 69 milioni di euro nascosti ad Andorra di origine sconosciuta. Altri conti e rendite non dichiarati sono presenti in vari paradisi fiscali. Per questi reati è stato condannato il figlio maggiore, Jordi Pujol Ferrusola.
Jordi Pujol e Marta Ferrusola
Viene anche resa pubblica una modalità per il trasferimento illecito di denaro. Marta Ferrusola, moglie di Jordi Pujol, inviava messaggi scritti a mano in cui si definisce “madre superiora” e chiede il passaggio di libri “da una congregazione all’altra”.
Una delle note trovate per il passaggio di denaro da una banca all’altra
Un referendum consultivo per l’indipendenza nel 2014
Nel 2014 viene convocato un referendum per l’indipendenza, considerato illegale dal governo centrale che aveva inizialmente negato le trattative di concessione dell’autonomia. Il referendum si svolge comunque il 9 novembre 2014, con una partecipazione del 37% degli aventi diritto e l’80% di votanti a favore dell’indipendenza. Mas viene successivamente condannato dal Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna per disobbedienza al tribunale costituzionale e prevaricazione.
Artur Mas al seggio per il referendum del 9 novembre 2014
L’autonomia negata e la nomina di Carles Puigdemont
Il 27 settembre 2015 si celebrano nuove elezioni regionali. La Catalogna comincia di nuovo a separarsi internamente, tanto che Convergencia i Uniò non si presenta come partito unico alle elezioni, ma in una coalizione chiamata Junts pel sì con Esquerra Republicana e Convergencia Democratica in una coalizione. La coalizione non raggiunge la maggioranza assoluta, e solo un accordo con la Candidatura d’Unitat Popular (CUP) permette di formare un governo. Mas viene considerato impresentabile dalla CUP e deve farsi da parte. Carles Puigdemont viene nominato presidente nel gennaio 2016.
Dall’investitura nel 2016 Puigdemont ha concentrato tutte le sue forze sull’organizzazione e sull’attuazione del Referendum per la dichiarazione della Repubblica Catalana.
Altri video che potrebbero essere interessanti:
Il discorso integrale del Governo Catalano al Parlamento europeo di Bruxelles il 24 gennaio 2017, in un’iniziativa organizzata da tre parlamentari europei (ERC-PDeCAT del gruppo ALDE)
Il nazionalismo catalano spiegato in 4 minuti
La situazione catalana spiegata in un programma di satira politica, El Intermedio
Non è facile individuare l’inizio preciso della nascita di un sentimento come quello del nazionalismo catalano. Non è facile anche per le pressioni sull’ideologia nazionalista interne alla Catalogna e per i tentativi di ridimensionamento dall’esterno.
Il nazionalismo catalano nasce dall’idea che la Catalogna sia una nazione con diritto all’autodeterminazione per la sua storia e le sue tradizioni linguistiche e culturali. Per questo si rivendica il pieno sviluppo dell’economia catalana solo nella sua autogestione dal governo centrale.
Catalogna VIII-XVI secolo: la prima indipendenza nel X secolo e l’unione al Regno di Aragona
Per giustificare il sentimento di nazione, i catalanisti si rifanno alla storia medievale della regione. Dopo essere stato anch’esso parte di Al-Andalus nell’VIII secolo, il territorio iberico sotto il controllo musulmano, il territorio catalano passa sotto al controllo carolingio per due secoli fino all’indipendenza ottenuta nel X secolo. La Catalogna divenne poi un territorio feudale, governata da diversi conti.
Nel XII secolo ci fu l’unione dinastica tra Ramón Berenguer IV e Petronila de Aragón, per cui Barcellona entrò a far parte del Regno d’Aragona che nel XV secolo governava anche il sud Italia e la Sardegna. Il matrimonio tra Fernando II di Aragona e Isabella di Castiglia porta a una nuova unione dinastica, ma la Catalogna mantiene le sue istituzioni nate nel 1365 e ufficializzate con le Cortes nel 1495, tanto che fino alla fine del XVI secolo si parla di “regni spagnoli”.
Il matrimonio tra Petronila de Aragón e Ramon Berenguer
Curiosamente, la Generalitat del Catalunya conta i propri presidenti dall’anno 1359. Il primo presidente, secondo quanto si legge su Wikipedia, è Berenguer de Cruilles, vescovo di Girona, mentre Carles Puigdemont è il 130°.
Els segadors, inno della Catalogna dal 1640
La crisi dovuta alla guerra dei 30 anni (1618-1648) porta a rivolte a Barcellona, chiamate dei segadors (1640), dei mietitori arrivati dalla campagna per vendicare la condanna a morte per omicidio di uno di loro da parte dei soldati del re. Questo episodio dà inizio a una guerra civile catalana tra i catalani a favore dell’indipendenza da Felipe IV e i monarchici. La canzone dei segadors è l’inno della Generalitat de Catalunya.
Catalogna a influenza spagnola, poi francese, poi di nuovo spagnola
I catalani indipendentisti raggiungono l’accordo di separazione dai monarchi spagnoli. Sedotti dalla Francia, la Catalogna si sottomette a Luigi XIII nel 1641. Presto però i catalani si rendono conto che, in fin dei conti, erano sempre sottomessi a un monarca. Chiedono quindi di ritornare sotto il controllo spagnolo. Con il Trattato dei Pirenei del 1659 Felipe IV recupera il controllo della Catalogna, lasciando alcune contee pirenaiche alla Francia e di fatto dividendo il territorio catalano. Con la guerra di successione alla corona spagnola (1701-1715), che coinvolge quasi tutti i regni europei del tempo, la situazione precipita. Borbonici e catalani sono di nuovo in lotta.
La diada, la rivendicazione dell’indipendenza catalana
L’11 settembre 1714 Barcellona cede dopo mesi di assedio dell’esercito borbonico, che instaura un regime quasi assolutistico e fortemente centralista. Oggi, l’11 settembre si celebra la diada, il giorno festivo nazionale catalano, e si ricorda la caduta della città. Da anni la diada è un giorno di rivendicazione dell’indipendenza catalana, e come si fa presente in questo articolo (da leggere) de Il Post, durante le partite del Barcellona si inneggia all’indipendenza catalana al minuto 17.14.
I decreti di Nueva Planta (1707-1716) aboliscono tutte le istituzioni catalane. Nonostante il centralismo, la Catalogna è una delle regioni più ricche, anche grazie al commercio con il Sudamerica e all’industrializzazione.
L’oppressione di Napoleone, il catalanismo e la Prima Repubblica Spagnola
Tra il 1808 e il 1814 la Catalogna soffre l’occupazione napoleonica, e in seguito una nuova guerra di successione monarchica divide la Catalogna. Come risultato, verso la fine del XIX secolo nasce il catalanismo per il recupero della lingua e della cultura catalana, vietati per un secolo, e comincia a svilupparsi un sentimento repubblicano anche per le guerre di successione al trono
L’inefficienza di Isabella II, vincitrice della guerra di successione, porta a una rivoluzione, detta La Gloriosa, che nel 1868 fa cadere Isabella II e dà inizio a un sessennio rivoluzionario. Gli scontri tra le varie opzioni monarchiche per la successione al trono favoriscono la fondazione della Prima Repubblica Spagnola, dichiarata nel febbraio del 1873 proprio a Barcellona.
Allegoria della Prima Repubblica Spagnola, la niña bonita
La repubblica divisa e la nascita del movimento nazionalista catalano
Gli scontri interni al governo della Repubblica favoriscono la restaurazione borbonica nel 1874. Il catalanismo non è ancora forte, ma la popolazione è molto orgogliosa e contenta di poter recuperare la propria lingua e le proprie tradizioni ed è sempre più a favore del federalismo.
É proprio in questi anni che nasce il movimento nazionalista catalano. Nel 1886 si celebra la prima diada, e la crisi dovuta alla perdita delle colonie nel 1898 riapre il dibattito repubblicano in Catalogna.
Per capire a fondo l’indipendenza della Catalogna bisogna prendere in considerazione molti aspetti della Spagna, paese che noi Italiani conosciamo purtroppo superficialmente.
In questa serie di articoli cercherò di spiegare il più chiaramente possibile come si è arrivati a una rottura così forte in una nazione europea. In questo articolo accenno alla storia del Novecento in Spagna, al franchismo e alla situazione attuale.
Spagna: brevi cenni storici
Dopo la perdita definitiva delle colonie dell’impero –quello che Carlo V descriveva come “l’impero su cui non tramonta mai il sole”- nel 1898 e una profonda crisi economica e sociale nel primo Novecento, il generale Primo de Rivera organizza un colpo di stato e stabilisce una dittatura militare tra il 1923 e il 1930.
Nel 1931 vengono organizzate delle elezioni democratiche, e le manifestazioni popolari costringono il re Alfonso XIII ad autoesiliarsi. Viene proclamata una repubblica tra il 1931 e il 1939, ma le riforme messe in atto nel primo biennio –tra cui il suffragio universale- sono continuamente minacciate da scontri tra repubblicani e monarchici.
La bandiera della Repubblica Spagnola (1931-1939)
La guerra civile (1936-1939) e la dittatura di Franco (1939-1975)
Il colpo di stato del luglio 1936 organizzato, tra gli altri, da Francisco Franco, segna l’inizio della guerra civile in Spagna. I due fronti –Frente Nacional (monarchico) e Bando Republicano– iniziano una guerra sanguinosa. Con il supporto delle truppe tedesche e italiane che provocano la resa delle ultime città, tra cui Almería, l’1 aprile 1939 Franco dichiara la fine della guerra.
Il franchismo in breve
Appoggiato dai nazionalisti, dai monarchici, dai cattolici e da altre forze di destra, Francisco Franco accentra nelle sue mani ogni potere, addirittura decidendo lui stesso la successione dei monarchi.
La prima metà della sua dittatura si caratterizza per una forte repressione: cancella ogni autonomia raggiunta dalle diverse comunità autonome durante la Repubblica del 1931, impone un regime autarchico e cerca di allinearsi il più possibile alle forze dell’Asse (Germania, Italia e Giappone), cambiando anche l’ora del fuso orario. Vieta l’uso di ogni lingua che non sia il castellano, oltre a censurare ogni tipo di opposizione. Molti intellettuali sono costretti all’esilio.
Fino agli anni ’60 il sud della Spagna soffre una povertà incredibile, con zone sprovviste anche dell’elettricità. Gli spagnoli emigrano verso le regioni più ricche e verso l’estero, compreso il Sudamerica. Il Plan de Estabilización del 1959 pone fine all’autarchia, permettendo alla Spagna di cercare di raggiungere le altre nazioni europee in pieno boom economico con vent’anni di ritardo, puntando molto sul turismo.
In questo periodo Juan Carlos è sotto la tutela di Franco, e viene designato “successore” del dittatore nel 1969. Questo è uno dei motivi per cui i Repubblicani e gli ambienti di sinistra hanno fatto fatica ad accettare la monarchia dopo la fine della dittatura.
Il 20 novembre 1975 Franco muore.
La democrazia
Alla morte di Franco viene nominato re Juan Carlos I. Adolfo Suárez è il nuovo capo di governo, incaricato di “traghettare” il Paese verso la democrazia.
Nel 1978 si vota l’attuale costituzione spagnola, con un cambio sostanziale: lo stato non è più centralizzato, ma fortemente decentrato per poter rispondere alle grandi differenze culturali presenti nel territorio.
Con la costituzione vengono inoltre riconosciute come co-ufficiali lingue come il catalano, il basco e il galiziano, lingue ufficiali nelle loro comunità autonome che possono finalmente essere insegnate e parlate nuovamente.
La situazione non è comunque tranquilla: negli anni ’80 si costituisce l’ETA, gruppo terrorista basco attivo fino al 2011, e nel 1981 c’è un altro tentativo di colpo di stato a opera di Antonio Tejero, sventato per l’intervento del re Juan Carlos.
Uno scatto del tentativo di colpo di stato di Tejero (1981)
Gli anni ’80 sono gli anni della rinascita della Spagna, e il 1992 è l’anno della svolta a livello internazionale: Barcellona ospita le olimpiadi e Sevilla l’Esposizione universale.
Nel 2004 un attentato di Al Qaeda a Madrid provoca nuove grandi manifestazioni per chiedere la ritirata delle truppe spagnole in Iraq. Nello stesso anno, José María Aznar (Partito Popolare) perde le elezioni e Luis Rodríguez Zapatero (Partito Socialista) diventa presidente.
Zapatero si dimette nel 2011 in seguito alle forti pressioni dovute alla crisi economica, e alle successive elezioni vince Mariano Rajoy (Partito Popolare). Nel 2012 l’Unione europea salva la Spagna dalla bancarotta.
Aznar, Zapatero, Rajoy
La Spagna oggi
Gli ultimi anni sono caratterizzati dalla fine del bipartitismo, con la presenza di nuovi forti schieramenti come Podemos (di sinistra) e Ciudadanos (liberali/centro destra) che di fatto hanno spaccato il Parlamento in quattro, con una maggioranza risicata del Partito Popolare.
In seguito al referendum catalano stiamo assistendo alla maggiore crisi di governo dalla nascita della democrazia. Se si dichiarasse l’indipendenza sarebbero in “forse” non solo l’unità dello stato spagnolo, ma anche la tenuta del governo e l’economia di una delle regioni più ricche d’Europa.
Dopo Che la festa cominci (2009), Niccolò Ammaniti scrive di nuovo un romanzo distopico ambientato nel non troppo lontano 2020. Anna (2015) è il nome della protagonista, una tredicenne siciliana che si ritrova da sola per un’epidemia che arriva dal Belgio e che contagia la Sicilia intera.
La copertina dell’edizione italiana di Einaudi
Stranamente, il virus attacca solo chi ha più di 14 anni. Anna si ritrova a dover pensare alla sua sopravvivenza e a quella del fratellino Astor, di quattro anni più piccolo, aiutata solo da un quaderno che la madre ha lasciato con tutte le indicazioni basiche per poter crescere senza gli adulti. Perché nel mondo di Anna i grandi non esistono, tutti sono al massimo adolescenti che si autogestiscono. Come recita la quarta di copertina, Anna impara presto che
La vita non ci appartiene, ci attraversa.
Non si trovano molte altre informazioni stampate nelle alette, e questa scelta editoriale potrebbe avere allontanato i lettori non interessati a romanzi futuristici. In Anna si toccano vari argomenti, dall’educazione delle nuove generazioni, alla sopravvivenza, al consumo di suolo.
La copertina dell’edizione spagnola, decisamente più azzeccata di quella italiana (secondo me)
Il romanzo ingloba vari generi: la fantascienza, la letteratura di viaggio, il romanzo di iniziazione. Personalmente, considero che Ammaniti riesca a esprimersi al meglio in questo tipo di romanzi, lontani dalla semplice narrazione dei rapporti interpersonali di un classico come Io non ho paura (2001) o Io e te (2010). Certo è che romanzi del genere non sono i preferiti dei fan di Ammaniti, ma sono un esempio di come la letteratura italiana possa essere di qualità anche quando non rientra perfettamente nei canoni del romanzo tradizionale.
Consigliato a chi non si fa impressionare facilmente da una realtà inventata fin troppo plausibile.
Se avete voglia di viaggiare rimanendo sulla vostra poltrona e siete amanti delle lingue , questo è il libro che fa per voi!
Consigliata da William Cisilino, direttore dell’Arlef, l’agenzia regionale per le lingue friulane, ho letto con piacere Lingo di Gaston Dorren, linguista olandese.
Ho sempre avuto una passione per la tipologia linguistica, la branca della linguistica che studia gli elementi in comune tra lingue anche apparentemente lontane tra di loro.
La copertina della versione inglese… (Clicca sull’immagine per comprarlo)
Dorren ci parla con semplicità di più di cinquanta lingue europee, presentando per quasi ogni lingua un prestito all’inglese e un suggerimento lessicale.
Un altra qualità del libro, come già ho accennato in precedenza, è l’estrema facilità di lettura. Anche un non-linguista può capire perfettamente le storie delle lingue, la loro configurazione sintattica e morfologica. Dorren spiega con estrema naturalezza concetti anche molto complessi, come l’ergatività del basco o la fonetica inglese.
Decisamente consigliato a chi ama le lingue (e parla l’inglese fluentemente, perchè non esiste una versione italiana di questo saggio).
Il 6 giugno Antonella Bandoli di Matitegiovanotte Ravenna è stata ospite della Panebarco Social Library con una lezione dal titolo “Lifestyle trend forecast: guardare lontano”. Un ambiente intimo come la Social Library è la cornice perfetta per imparare nuovi concetti sul marketing, soprattutto quando sono accompagnati da una profonda riflessione sui tempi che stiamo vivendo.
Sedie sistemate, cuscini del divano sprimacciati, schermo acceso, aperitivo pronto…ci siamo! Ci sediamo pronti per ascoltare Antonella, ma prima un giro di presentazioni (come piace fare a Marianna!). Scopriamo che tra di noi ci sono copywriter, videomaker, futuri librai, artigiani e semplici appassionati a scoprire di più sui meccanismi della comunicazione.
Antonella Bandoli, la nostra Trend Teacher…. o teacher trendy?
Antonella ci spiega poi il suo lavoro di consulente e formatrice per Matitemporary School e ci fa immergere nel complicato mondo delle strategie per la comunicazione.
Meglio l’uniformità o la diversità?
Iniziamo con una citazione di Marshall Mcluhan, sociologo canadese e padre della comunicazione:
La moda e la pubblicità producono uniformità, mentre fingono di soddisfare la passione del pubblico per la diversità.
Come azienda dobbiamo cercare il nostro pubblico proponendo qualcosa di diverso, ma seguendo quelli che sono i trend del momento. Facile, no? Pensiamo solo ai social network che ci hanno portato a vivere nel presente, senza direzione né priorità. Quanto influisce tutto questo sulla comunicazione? C’è ancora spazio per le tendenze, che devono andare oltre il qui e ora?
Potremmo pensare che le mode siano passeggere, e quindi nocive per un’azienda che cerchi di inserirsi nelle tendenze. I brand devono decidere se inserirsi o meno in queste tendenze: ignorarle significa scomparire. Inoltre, adattare la propria strategia di comunicazione ai trend migliora l’efficacia del brand e aumenta il valore intangibile di un prodotto. Le aziende dovrebbero essere consapevoli delle tendenze che rivelano nuovi modelli di comportamento, attitudini e aspirazioni, e soprattutto anticipare i trend.
Diffondere un trend: passaparola!
Ma come si diffondono i trend, e perché alcuni prodotti hanno più successo di altri? Sicuramente perché il prodotto promosso è migliore di un altro, e ciò che influenza di più non è tanto la pubblicità quanto il passaparola online e offline, più persuasivo e mirato.
É fondamentale inoltre capire che utilizzare i social network non costituisce una strategia, perché i social sono semplicemente uno strumento che ci aiuta nella comunicazione. Nonostante tutto, possiamo provare a rendere contagiosi i nostri contenuti seguendo sei semplici regole definite da Jonah Berger in Contagioso. Perché un’idea e un prodotto hanno successo e si diffondono.
Quando un trend è contagioso segue sei STEPPS (sì, con due P!)
Dobbiamo ricordarci che dietro ogni prodotto o servizio che vendiamo c’è una storia: raccontiamola condividendo l’immagine della nostra azienda, stimolando le emozioni e sottolineando il valore del nostro prodotto.
Pensare in grande
È importante anche tenere d’occhio i trend globali, non solo per monitorare i mercati in espansione ma soprattutto per anticipare i cambiamenti e poter essere resilienti al cambio (e se vi va di studiare, la Social Library ha una vasta collezione di libri di storia e di politica). Fermandoci in Europa, sette sono i lifestyle trend del 2017: fatto a mano, resistenza, conoscenza, igiene mentale, esperienza, condensazione, nuovo Rinascimento. Pensate non sia importante? Mentre negli anni ’90 c’era il boom del consumismo, nel nuovo millennio il pubblico è molto più consapevole e attento a evitare gli sprechi. Da qui il desiderio di vivere delle esperienze uniche, di valore e che ci renda più competenti.
Pensavate fosse facile, vero? Ecco a voi uno schema riassuntivo sui trend globali per il 2020! Fonte: kjaer-global.com/trends/
Parola del biennio: pendolo
Abbiamo poi fatto un tuffo nel colore e nel design osservando la bellezza del catalogo Pendulum della PPG, multinazionale da cui anche Pantone prende spunto per definire i colori dell’anno. Ogni due anni un gruppo di esperti si riunisce per definire la parola del biennio e le tendenze chiave a cui ispirarsi. L’umanità cerca la stabilità, la semplificazione della vita, i cambiamenti e il desiderio di connettersi all’universo. Ad aprire l’analisi di questi trend c’è una bellissima palette di colori, declinati nell’abbigliamento, nel design di interni ed esterni e in altri svariati ambiti.
I colori che saranno un trend nel 2017-2018. Clicca sulla foto per scoprire di più
Nessun trend va lasciato al caso
Improvvisarsi comunicatori non è possibile, creare video e contenuti per promuovere i nostri prodotti non è un gioco. Comunicare richiede una pianificazione attenta e un’attenzione ai dettagli e all’ambiente che ci circonda, non solo vicino a noi.
Nella lettura come nella vita bisogna seguire una filosofia:
Un tempo per ogni cosa e ogni cosa a suo tempo.
Questo libro mi era stato regalato cinque anni fa, in occasione della mia prima esperienza all’estero. L’ho dimenticato nel posto sbagliato, e non l’ho più ritrovato. Ma era rimasto nei miei pensieri, e alla prima occasione l’ho ricomprato.
Avevo paura di sedermi a leggere questo mattone da 600 pagine, ma complici un ponte del 2 giugno e il sole l’ho letto in 3 -sí, tre- giorni.
Nella sinossi si legge:
«Libertà, come il precedente Le correzioni, è un capolavoro del romanzo americano. Non si limita a raccontarci una storia avvincente: la profonda intelligenza morale del suo autore inonda di luce nuova il mondo che crediamo di conoscere». The New York Times Book Review
Abbastanza per lasciarlo perdere, no?
«Se Libertà non è il Grande Romanzo Americano, onestamente non so cosa possa esserlo. La ragione per celebrarlo non è che fa qualcosa di nuovo, ma che fa qualcosa di antico, qualcosa che si credeva morto, e lo fa alla grande». The Telegraph
Cos’è quel “qualcosa di antico” a cui si richiama il Telegraph?
La storia di per sé non è originale -si raccontano le vicissitudini di una famiglia, a volte dimenticando qualche membro. La conclusione rimane forse un po’ affrettata viste le 600 pagine del tomo. Ma quel titolo breve e l’immagine di copertina rimangono in testa e fanno da filo conduttore.
Fino a che punto ci spingiamo per assaporare la libertà? Sappiamo davvero cosa voglia dire essere liberi?