É un po’ strano scrivere di un libro conoscendo personalmente lo scrittore.
Matteo Cavezzali nasce come giornalista per un settimanale locale e fin da subito il suo stile, almeno secondo me, è caratterizzato da una scrittura impegnata ma distaccata. Un po’ come è lui, riservato ma capace di prendersi il suo tempo per scegliere le parole adatte.
La copertina del libro. Ebook disponibile sul Kobo store
Ho comprato Icarus – Ascesa e caduta di Raul Gardini in Ebook, fresco di pubblicazione, curiosa soprattutto per il tema che mi aveva sorpreso: la storia di Raul Gardini.
Da immigrata ravennate nata nei primi anni ’90 ho conosciuto la storia dell’imprenditore di rimbalzo, per sentito dire, perché Raul Gardini continua a essere presente nella sua città. Matteo accenna in alcuni passaggi del libro la tortuosa vita dell’imprenditore, ambizioso fin da piccolo, e fin da subito la lega non solo alle persone, ma anche ai luoghi della città romagnola.
Raul Gardini
Una delle prime cose che la gente dice quando si parla di Gardini è “l’hanno suicidato”. Non è uno di quei modi di dire sgrammaticati tipici della Romagna. A Ravenna tutti pensano che Raul Gardini sia stato ucciso, e Cavezzali in un certo modo parte da questa idea per scrivere una non-fiction sulla vita del ravennate.
Spicca la volontà di mettere in chiaro che il libro è sì basato su numerosi incontri di Cavezzali con i vari protagonisti, diretti e indiretti, ma che altro non è che una sua rivisitazione giornalistica. Sono interessanti le parti in corsivo, momenti della storia della famiglia Ferruzzi-Gardini che mancano perché troppo personali, che Cavezzali immagina e riesce a integrare perfettamente nel quadro del romanzo non-fiction.
Lo consiglio a chi è curioso di conoscere meglio un pezzo della storia italiana e di Tangentopoli, leggendo un libro impegnativo, che lascia con più domande che risposte, ma scorrevole e soprattutto -non è scontato- di ottima qualità.
Il Moro di Venezia, leggendaria barca da regata di Gardini, esposta di fianco all’autorità portuale di Ravenna.
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Mia madre era andalusa. Per caso, i suoi genitori portavano, di nascita, l’uno e l’altra, il medesimo cognome MUÑOZ: così che lei, secondo l’uso spagnolo, portava il doppio cognome Muñoz Muñoz. Di suo nome di battesimo, si chiamava Aracoeli.
L’incipit è inconfondibile: Aracoeli di Elsa Morante. Un romanzo intricato, misterioso, in cui Elsa Morante analizza il rapporto tra Manuele, uomo di 40 anni frustrato da una vita difficile, e il fantasma della madre Aracoeli, spagnola trapiantata a Roma che dopo la perdita della figlia manifesta disturbi psichiatrici. Pubblicato nel 1982, tre anni prima della morte della Morante, il romanzo è un capolavoro della letteratura italiana contemporanea. Non ne siamo sicuri, ma pare che il personaggio di Manuele –e il romanzo in generale- sia scaturito come elaborazione di un lutto: quello per la violenta morte di Pier Paolo Pasolini, grande amico della Morante.
Venni a conoscere che durante un bombardamento aereo sulla città, anche il Campo Verano era stato devastato dalle bombe. […] Una foresta di fumo e d’incendio, da cui mia madre fuggiva impaurita, sporca di sangue, nella stessa camicia da notte spiegazzata che portava quando la visitai l’ultima volta. Dove potrebbe essere fuggita, se non verso l’Andalusia? E oggi, dopo tanti anni di separazione smemorata, è appunto là ch’io parto a cercarla.
Aracoeli non è solo il racconto di un rapporto da complesso di Edipo, ma è soprattutto la narrazione di un viaggio. Un viaggio alla ricerca del fantasma di Aracoeli.
Fra le poche notizie che possedevo di lei, c’erano i suoi dati anagrafici principali: ossia, oltre al suo doppio cognome di ragazza, il suo luogo di nascita, che sapevo situato nel territorio di Almeria, e si chiamava El Almendral. […]
El Almendral non lo trovai in su nessuna carta. Ma intanto quel minimo punto periferico, ignorato dalla geografia, da ultimo era diventato l’unica stazione terrestre che indicasse una direzione al mio corpo disorientato.
La Morante mi ha sempre appassionato e da quando ho scoperto il legame di Elsa Morante con Almería ho avuto il desiderio di viaggiare anche io a El Almendral. Perché di un viaggio si tratta, anche se vivi a 40 chilometri di distanza. Dal golfo di Almería bisogna addentrarsi verso le montagne, attraversando il deserto di Tabernas.
Al limite tra deserto e Sierra de los Filabres, che inganna con l’idea di un paesaggio più lussureggiante, si trova Gérgal, un paese da 840 abitanti. È qui che Elsa Morante ha viaggiato 40 anni fa, insieme al suo amico regista Carlo Cecchi, alla ricerca di un luogo che la ispirasse per la storia di Manuele e Aracoeli. Il tassista li ha accompagnati fino a El Almendral, frazione ormai disabitata di Gérgal, pare proprio su richiesta della Morante, che cercava un luogo semideserto da cui far nascere la sua Aracoeli.
Per quanto esiguo me lo fossi mai figurato, il nostro villaggio è più esiguo ancora.
Rimane ormai poco a El Almendral, e sicuramente 40 anni fa non era molto più abitato. Di El Almendral mi ha colpita il silenzio, la sete di una terra che anche se sfruttata fino all’ultimo, non ha saputo dare ai suoi uomini ciò di cui avevano bisogno per vivere. L’asprezza del terreno ci accompagna con lo sguardo fino al Calar Alto, osservatorio ispano-tedesco a duemila metri di altitudine.
Tutto ciò ha colpito la Morante nella sua visita, tanto che si dice che sia rimasta vari giorni a Gérgal per poter fissare meglio le idee dell’ambientazione del suo romanzo.
Forse, lei mi aspetta davvero a El Almendral? o vuole entrarvi assieme a me, da questa carraia, noi due per mano?
E oggi, o Manuel-Aracoeli, la mia grande escursione si conclude. Il muchachito clandestino in zinale nero -oggi travestito da vecchio in giacca a vento- finalmente è smontato nella Sierra tua-mia. A Gergal, capitale del mondo, stazione centrale di El Almendral! Città serrana meravigliosa, piccola fossa de pizarra: da dove lo scapiccio dei tuoi piedi nudi ribatte ancora, vibrando, di là dal muro del suono.
Dopo Che la festa cominci (2009), Niccolò Ammaniti scrive di nuovo un romanzo distopico ambientato nel non troppo lontano 2020. Anna (2015) è il nome della protagonista, una tredicenne siciliana che si ritrova da sola per un’epidemia che arriva dal Belgio e che contagia la Sicilia intera.
La copertina dell’edizione italiana di Einaudi
Stranamente, il virus attacca solo chi ha più di 14 anni. Anna si ritrova a dover pensare alla sua sopravvivenza e a quella del fratellino Astor, di quattro anni più piccolo, aiutata solo da un quaderno che la madre ha lasciato con tutte le indicazioni basiche per poter crescere senza gli adulti. Perché nel mondo di Anna i grandi non esistono, tutti sono al massimo adolescenti che si autogestiscono. Come recita la quarta di copertina, Anna impara presto che
La vita non ci appartiene, ci attraversa.
Non si trovano molte altre informazioni stampate nelle alette, e questa scelta editoriale potrebbe avere allontanato i lettori non interessati a romanzi futuristici. In Anna si toccano vari argomenti, dall’educazione delle nuove generazioni, alla sopravvivenza, al consumo di suolo.
La copertina dell’edizione spagnola, decisamente più azzeccata di quella italiana (secondo me)
Il romanzo ingloba vari generi: la fantascienza, la letteratura di viaggio, il romanzo di iniziazione. Personalmente, considero che Ammaniti riesca a esprimersi al meglio in questo tipo di romanzi, lontani dalla semplice narrazione dei rapporti interpersonali di un classico come Io non ho paura (2001) o Io e te (2010). Certo è che romanzi del genere non sono i preferiti dei fan di Ammaniti, ma sono un esempio di come la letteratura italiana possa essere di qualità anche quando non rientra perfettamente nei canoni del romanzo tradizionale.
Consigliato a chi non si fa impressionare facilmente da una realtà inventata fin troppo plausibile.
Se avete voglia di viaggiare rimanendo sulla vostra poltrona e siete amanti delle lingue , questo è il libro che fa per voi!
Consigliata da William Cisilino, direttore dell’Arlef, l’agenzia regionale per le lingue friulane, ho letto con piacere Lingo di Gaston Dorren, linguista olandese.
Ho sempre avuto una passione per la tipologia linguistica, la branca della linguistica che studia gli elementi in comune tra lingue anche apparentemente lontane tra di loro.
La copertina della versione inglese… (Clicca sull’immagine per comprarlo)
Dorren ci parla con semplicità di più di cinquanta lingue europee, presentando per quasi ogni lingua un prestito all’inglese e un suggerimento lessicale.
Un altra qualità del libro, come già ho accennato in precedenza, è l’estrema facilità di lettura. Anche un non-linguista può capire perfettamente le storie delle lingue, la loro configurazione sintattica e morfologica. Dorren spiega con estrema naturalezza concetti anche molto complessi, come l’ergatività del basco o la fonetica inglese.
Decisamente consigliato a chi ama le lingue (e parla l’inglese fluentemente, perchè non esiste una versione italiana di questo saggio).
Nella lettura come nella vita bisogna seguire una filosofia:
Un tempo per ogni cosa e ogni cosa a suo tempo.
Questo libro mi era stato regalato cinque anni fa, in occasione della mia prima esperienza all’estero. L’ho dimenticato nel posto sbagliato, e non l’ho più ritrovato. Ma era rimasto nei miei pensieri, e alla prima occasione l’ho ricomprato.
Avevo paura di sedermi a leggere questo mattone da 600 pagine, ma complici un ponte del 2 giugno e il sole l’ho letto in 3 -sí, tre- giorni.
Nella sinossi si legge:
«Libertà, come il precedente Le correzioni, è un capolavoro del romanzo americano. Non si limita a raccontarci una storia avvincente: la profonda intelligenza morale del suo autore inonda di luce nuova il mondo che crediamo di conoscere». The New York Times Book Review
Abbastanza per lasciarlo perdere, no?
«Se Libertà non è il Grande Romanzo Americano, onestamente non so cosa possa esserlo. La ragione per celebrarlo non è che fa qualcosa di nuovo, ma che fa qualcosa di antico, qualcosa che si credeva morto, e lo fa alla grande». The Telegraph
Cos’è quel “qualcosa di antico” a cui si richiama il Telegraph?
La storia di per sé non è originale -si raccontano le vicissitudini di una famiglia, a volte dimenticando qualche membro. La conclusione rimane forse un po’ affrettata viste le 600 pagine del tomo. Ma quel titolo breve e l’immagine di copertina rimangono in testa e fanno da filo conduttore.
Fino a che punto ci spingiamo per assaporare la libertà? Sappiamo davvero cosa voglia dire essere liberi?