Over the past few years, I’ve had the opportunity to work at the intersection of research, communication, and strategic project development within the framework of European-funded programmes. From managing dissemination strategies to shaping exploitation pathways and translating complex scientific results into accessible narratives, my work has centered on one key goal: making research matter, beyond deadlines, and into the world.
As Communication, Dissemination & Exploitation Manager for several Horizon Europe and H2020 projects, I’ve had the chance to build impactful narratives around innovation, while ensuring alignment with funder expectations, stakeholder needs, and measurable outcomes. These projects have involved close collaboration with scientific partners, policy institutions, and private-sector stakeholders across Europe.
What I bring to the table
Experience managing CDE work packages for EU projects, from concept to final review.
A background in research, with a PhD in Social and Human Sciences, and the ability to engage both scientific and non-specialist audiences.
Strong writing and editorial skills, from policy briefs and reports to branding assets and stakeholder content.
Ability to translate and summarise knowledge to different contexts, including video production and social media content.
Proven success organizing training, webinars, and public-facing events aligned with impact goals.
Multilingual communication (Italian, English, Spanish), with a deep cultural understanding of European research landscapes.
One of the videos I produced!
Looking Ahead
As EU projects evolve and demand greater visibility, stakeholder engagement, and long-term sustainability, I see a growing need for integrated communication roles within technical teams, not just to fulfill formal obligations, but to unlock the true value of the work being done.
I’m willing to expand my collaborations where I can contribute my experience to innovative research environments that want to elevate their communication and impact. If your team is working on something that needs clear messaging, thoughtful dissemination, or strategic exploitation planning, I’d love to talk!
Let’s make research visible, valuable, and actionable.
Oggi ho votato per la prima volta in Spagna, da straniera.
Al seggio elettorale
Ho mostrato il mio permesso di soggiorno: non bastava per dimostrare la mia identità. Non trovavano il mio cognome: era in una lista a parte. Ma eccomi qui, felice perché ho potuto esprimere il mio voto nel paese che mi ha accolto a braccia aperte ☺️
Apprezziamo i diritti che abbiamo grazie a chi ha lottato. Spesso dimentichiamo ciò che c’è stato dietro a un gesto così semplice come mettere un foglio dentro a un’urna.
Hoy voté por primera vez en España como extranjera.
Enseñé mi permiso de residencia: no bastaba para demostrar mi identidad. No encontraban mi apellido: estaba en otra lista. Pero aquí estoy, feliz porque pude expresar mi voto en el país que me acogió con los brazos abiertos ☺️
Apreciemos los derechos que tenemos gracias a los que lucharon. A menudo olvidamos lo que hubo detrás de un gesto tan simple como poner una hoja dentro de una urna.
Dieci anni fa ero troppo giovane per votare alle elezioni
europee, e ho dovuto aspettare altri cinque anni per poter esprimere le mie
preferenze. In questi anni sono stata chiamata molte volte come scrutatrice, ho
visto centinaia di persone –con età compresa tra i 18 e 95 anni– uscire di casa
con neve, caldo torrido, pioggia per poter dire la propria mettendo una croce
sul simbolo di un partito.
Anche quando ho vissuto all’estero ho fatto di tutto per
continuare a votare anche a distanza.
Perché?
Perché da sempre sono convinta che ognuno di noi lasci un
segno, anche senza che ce ne rendiamo conto. Nasciamo parte di un collettivo che
nel bene o nel male formerà ciò che siamo.
Perché abbiamo molti problemi da risolvere –il cambiamento
climatico, la giustizia sociale, la minaccia alla democrazia– e il solo modo
per trovare una soluzione è agire, insieme.
Uno dei modi che abbiamo di modellare la nostra società è il
voto.
Per questo voto, perché non lasciare agli altri modellare il
mondo in cui vivo.
Il Centro di ricerca della Commissione Europea, il Joint Research Centre, negli scorsi mesi ha sviluppato e aggiornato il Cultural and Creative Cities Monitor. Per confrontare le performance delle città sono stati elaborati dati di 168 città in 30 paesi dello spazio economico europeo, selezionate in base al loro impegno nella promozione della cultura e della creatività.
In questo video (realizzato dai Panebarcos!) si spiega in breve che cosa sia il Monitor.
Cosa rende culturale e creativa una città?
Sono stati presi in considerazione 29 indici di analisi statistica, raggruppati in tre gruppi principali per definire le città: la loro vitalità culturale, la presenza dell’economia creativa e quanto è stimolante l’ambiente circostante.
Ad esempio, per la vitalità culturale non si misura solo il numero di attrattori culturali, ma anche la partecipazione culturale agli eventi e la soddisfazione rispetto ai servizi culturali. Per quanto riguarda l’economia creativa, sono stati inclusi il numero dei lavori nella cultura, nella comunicazione e nell’intrattenimento oltre che al numero di brevetti presentati. Grande importanza viene data all’ambiente circostante con ben 12 indicatori. Vengono inclusi dati relativi al numero di laureati, ma anche alla presenza di stranieri, alla loro integrazione, al livello di tolleranza. Importanti anche i trasporti che vengono analizzati tramite il numero di passeggeri dei voli, di treni diretti per le città e l’accessibilità delle strade. Un indicatore viene anche dedicato alla percezione della qualità della governance della città.
La città culturale e creativa perfetta non esiste
L’analisi dei dati ha rivelato che una città ideale dal punto di vista culturale e creativo non esiste, ma è l’insieme di otto città di cui cinque con meno di 250.000 abitanti, altro dato che evidenzia come le capitali non siano il centro principale della cultura e della creatività, escludendo Parigi che emerge come una delle migliori città per la partecipazione agli eventi culturali e ai lavori nelle industrie culturali e creative. Le città più performanti, suddivise in base al numero di residenti, sono Parigi, Copenhagen, Edimburgo, Eindhoven e Galway.
Le 8 città che formano la città culturale e creativa perfetta
Come si posiziona l’Italia?
Il nostro paese è stato analizzato prendendo in considerazione otto città capitali della cultura e finaliste al titolo (Bologna, Firenze, Genova, Matera, Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna), tre città creative selezionate dall’UNESCO (Parma, Roma e Torino) e sei città che ospitano almeno due festival internazionali (Brescia, Milano, Napoli, Venezia, Trento e Trieste).
In generale l’Italia si posiziona nella prima metà della classifica delle città per il numero di attrattori culturali, ma crolla nelle performance relative all’ambiente che non favorisce l’economia creativa. L’Italia totalizza pochi punti nella proprietà intellettuale e nell’innovazione, oltre che nei lavori nelle imprese culturali e creative. A sorpresa, l’Italia totalizza molti punti nella percezione positiva rispetto alla governance.
Milano registra un punteggio più alto rispetto a Roma e una performance in generale molto buona nel gruppo di città con popolazione di più di un milione di persone. Firenze è al primo posto della vitalità culturale nel gruppo di città che hanno tra i 250.000 e i 500.000 abitanti grazie all’ottima performance nella partecipazione culturale e alla presenza di spazi dedicati alla cultura.
Purtroppo solo Napoli e Matera sono presenti come città del sud Italia, e nessuna delle due registra performance degne di nota.
Come testare le policy per la cultura e la creatività?
Molto interessante è il tool per testare le policy. Selezionando una città, è possibile modificare gli indicatori per vedere l’effetto che avrebbero sul punteggio generale come città creativa e culturale. Per fare un test abbiamo preso in considerazione Leeuwarden, capitale europea della cultura di quest’anno, e abbiamo ipotizzato un aumento del 20% delle presenze turistiche e delle 0,6% degli ingressi ai musei per il richiamo del titolo vinto. Con la modifica di questi due indicatori si è avuto un miglioramento dello 0,7% nella classifica generale delle città culturali e creative. Aumenta dell’1,2% se si inseriscono laureati stranieri in materie umanistiche, mentre migliora dell’1,6% se si aumenta il numero di posti di lavoro in imprese culturali e creative.
Il Cultural and Creative Cities monitor non è solo un modo per vedere la performance delle città analizzate, ma anche per riflettere sugli aspetti che meno si possono misurare della cultura e della creatività, e più in generale dell’economia della conoscenza utilizzando degli indicatori universali e con dati facilmente rintracciabili che permettono di delineare più pragmaticamente aspetti che uniscono l’economia e la cultura.
L’articolo cerca di rispondere a una domanda che è sorta spesso ultimamente: cosa succederà quando l’inglese non sarà più una delle lingue ufficiali dell’Unione Europea?
Qualche mese fa ho ricevuto una chiamata dal direttore dell’ARLeF, l’Agenzia Regionale per la Lingua Friulana: “Ti andrebbe di parlare delle politiche linguistiche e di alcuni casi di successo nell’insegnamento delle lingue minoritarie?”
Come potevo rifiutare? Sono partita verso Cividale del Friuli, stupenda cittadina del Friuli, e ho cercato di dare il mio punto di vista sulla questione delle lingue minoritarie in Europa.
Per il mio preparato una presentazione, che potete trovare qui o sul sito del progetto Rush.
Per capire a fondo l’indipendenza della Catalogna bisogna prendere in considerazione molti aspetti della Spagna, paese che noi Italiani conosciamo purtroppo superficialmente.
In questa serie di articoli cercherò di spiegare il più chiaramente possibile come si è arrivati a una rottura così forte in una nazione europea. In questo articolo accenno alla storia del Novecento in Spagna, al franchismo e alla situazione attuale.
Spagna: brevi cenni storici
Dopo la perdita definitiva delle colonie dell’impero –quello che Carlo V descriveva come “l’impero su cui non tramonta mai il sole”- nel 1898 e una profonda crisi economica e sociale nel primo Novecento, il generale Primo de Rivera organizza un colpo di stato e stabilisce una dittatura militare tra il 1923 e il 1930.
Nel 1931 vengono organizzate delle elezioni democratiche, e le manifestazioni popolari costringono il re Alfonso XIII ad autoesiliarsi. Viene proclamata una repubblica tra il 1931 e il 1939, ma le riforme messe in atto nel primo biennio –tra cui il suffragio universale- sono continuamente minacciate da scontri tra repubblicani e monarchici.
La bandiera della Repubblica Spagnola (1931-1939)
La guerra civile (1936-1939) e la dittatura di Franco (1939-1975)
Il colpo di stato del luglio 1936 organizzato, tra gli altri, da Francisco Franco, segna l’inizio della guerra civile in Spagna. I due fronti –Frente Nacional (monarchico) e Bando Republicano– iniziano una guerra sanguinosa. Con il supporto delle truppe tedesche e italiane che provocano la resa delle ultime città, tra cui Almería, l’1 aprile 1939 Franco dichiara la fine della guerra.
Il franchismo in breve
Appoggiato dai nazionalisti, dai monarchici, dai cattolici e da altre forze di destra, Francisco Franco accentra nelle sue mani ogni potere, addirittura decidendo lui stesso la successione dei monarchi.
La prima metà della sua dittatura si caratterizza per una forte repressione: cancella ogni autonomia raggiunta dalle diverse comunità autonome durante la Repubblica del 1931, impone un regime autarchico e cerca di allinearsi il più possibile alle forze dell’Asse (Germania, Italia e Giappone), cambiando anche l’ora del fuso orario. Vieta l’uso di ogni lingua che non sia il castellano, oltre a censurare ogni tipo di opposizione. Molti intellettuali sono costretti all’esilio.
Fino agli anni ’60 il sud della Spagna soffre una povertà incredibile, con zone sprovviste anche dell’elettricità. Gli spagnoli emigrano verso le regioni più ricche e verso l’estero, compreso il Sudamerica. Il Plan de Estabilización del 1959 pone fine all’autarchia, permettendo alla Spagna di cercare di raggiungere le altre nazioni europee in pieno boom economico con vent’anni di ritardo, puntando molto sul turismo.
In questo periodo Juan Carlos è sotto la tutela di Franco, e viene designato “successore” del dittatore nel 1969. Questo è uno dei motivi per cui i Repubblicani e gli ambienti di sinistra hanno fatto fatica ad accettare la monarchia dopo la fine della dittatura.
Il 20 novembre 1975 Franco muore.
La democrazia
Alla morte di Franco viene nominato re Juan Carlos I. Adolfo Suárez è il nuovo capo di governo, incaricato di “traghettare” il Paese verso la democrazia.
Nel 1978 si vota l’attuale costituzione spagnola, con un cambio sostanziale: lo stato non è più centralizzato, ma fortemente decentrato per poter rispondere alle grandi differenze culturali presenti nel territorio.
Con la costituzione vengono inoltre riconosciute come co-ufficiali lingue come il catalano, il basco e il galiziano, lingue ufficiali nelle loro comunità autonome che possono finalmente essere insegnate e parlate nuovamente.
La situazione non è comunque tranquilla: negli anni ’80 si costituisce l’ETA, gruppo terrorista basco attivo fino al 2011, e nel 1981 c’è un altro tentativo di colpo di stato a opera di Antonio Tejero, sventato per l’intervento del re Juan Carlos.
Uno scatto del tentativo di colpo di stato di Tejero (1981)
Gli anni ’80 sono gli anni della rinascita della Spagna, e il 1992 è l’anno della svolta a livello internazionale: Barcellona ospita le olimpiadi e Sevilla l’Esposizione universale.
Nel 2004 un attentato di Al Qaeda a Madrid provoca nuove grandi manifestazioni per chiedere la ritirata delle truppe spagnole in Iraq. Nello stesso anno, José María Aznar (Partito Popolare) perde le elezioni e Luis Rodríguez Zapatero (Partito Socialista) diventa presidente.
Zapatero si dimette nel 2011 in seguito alle forti pressioni dovute alla crisi economica, e alle successive elezioni vince Mariano Rajoy (Partito Popolare). Nel 2012 l’Unione europea salva la Spagna dalla bancarotta.
Aznar, Zapatero, Rajoy
La Spagna oggi
Gli ultimi anni sono caratterizzati dalla fine del bipartitismo, con la presenza di nuovi forti schieramenti come Podemos (di sinistra) e Ciudadanos (liberali/centro destra) che di fatto hanno spaccato il Parlamento in quattro, con una maggioranza risicata del Partito Popolare.
In seguito al referendum catalano stiamo assistendo alla maggiore crisi di governo dalla nascita della democrazia. Se si dichiarasse l’indipendenza sarebbero in “forse” non solo l’unità dello stato spagnolo, ma anche la tenuta del governo e l’economia di una delle regioni più ricche d’Europa.
Prima di parlare della tesi in sè, vorrei presentare il contesto che mi ha portato a spendere sei mesi di ricerca su un tema quasi sconosciuto, quello dei diritti linguistici e delle minoranze linguistiche.
Ero in Erasmus a Leuven (tanto per cambiare) e lì frequentavo un corso molto interessante, Linguistic aspects of ethno-cultural diversity. In questo corso si analizzavano diversi scenari linguistici, soprattutto quelli del cambiamento di una lingua madre in un contesto di lingua straniera. Il tipico esempio è quello della lingua degli immigrati stranieri, che sono “costretti” per motivi di integrazione a imparare la lingua del luogo che li ospita. Questo porta a un progressivo impoverimento della lingua madre, che cambia e si modella secondo i suoi parlanti. Ci sono poi le lingue morte che vengono rivitalizzate, come l’ebraico, lingue minoritarie che diventano maggioritarie, come il catalano, o lingue maggioritarie che diventano minoritarie, come l’italiano nelle zone di confine al nord della penisola.
Tornata in Italia pensavo: in Italia abbiamo un patrimonio linguistico ricchissimo, ma come si comporta il governo nei confronti di tutte le lingue presenti sul nostro territorio? Seguiamo delle regole? Le risposte a queste domande sono, ovviamente, che l’Italia sembra essersi dimenticata di tutto il suo patrimonio. Declassare le innumerevoli lingue a dialetti e scegliere arbitrariamente alcuni “dialetti” come lingue ufficiali non giova alla diversità linguistica.
E poi: come possiamo scegliere una lingua e non un’altra? Ci sono delle leggi internazionali che regolano le politiche linguistiche? Sì.
Ritornando alla tesi, le idee di base nella mia ricerca erano buone e sufficienti per scrivere almeno cento pagine, ma chi avrebbe mai accettato di seguire una tesi che non è nè di linguistica, nè di giurisprudenza nè di politica?
Individuata (a fatica) la professoressa relatrice, ecco un nuovo ostacolo: come giustificare tale scelta in una laurea magistrale di italiano per stranieri? Classificandola come tesi di didattica dell’italiano e inserendo un capitolo sull’Italia, ovviamente!
Non è stato facile scrivere, cercare dati, esprimersi nel modo corretto per evitare ambiguità, addentrarsi in ambiti sconosciuti come quelli della progettazione europea.
Non è un lavoro perfetto e si potrebbero modificare e migliorare molti aspetti della tesi, ma andare fuori dagli schemi e pensare diversamente dal resto ne è valsa la pena.