Oggi ho votato per la prima volta in Spagna, da straniera.
Al seggio elettorale
Ho mostrato il mio permesso di soggiorno: non bastava per dimostrare la mia identità. Non trovavano il mio cognome: era in una lista a parte. Ma eccomi qui, felice perché ho potuto esprimere il mio voto nel paese che mi ha accolto a braccia aperte ☺️
Apprezziamo i diritti che abbiamo grazie a chi ha lottato. Spesso dimentichiamo ciò che c’è stato dietro a un gesto così semplice come mettere un foglio dentro a un’urna.
Hoy voté por primera vez en España como extranjera.
Enseñé mi permiso de residencia: no bastaba para demostrar mi identidad. No encontraban mi apellido: estaba en otra lista. Pero aquí estoy, feliz porque pude expresar mi voto en el país que me acogió con los brazos abiertos ☺️
Apreciemos los derechos que tenemos gracias a los que lucharon. A menudo olvidamos lo que hubo detrás de un gesto tan simple como poner una hoja dentro de una urna.
Dieci anni fa ero troppo giovane per votare alle elezioni
europee, e ho dovuto aspettare altri cinque anni per poter esprimere le mie
preferenze. In questi anni sono stata chiamata molte volte come scrutatrice, ho
visto centinaia di persone –con età compresa tra i 18 e 95 anni– uscire di casa
con neve, caldo torrido, pioggia per poter dire la propria mettendo una croce
sul simbolo di un partito.
Anche quando ho vissuto all’estero ho fatto di tutto per
continuare a votare anche a distanza.
Perché?
Perché da sempre sono convinta che ognuno di noi lasci un
segno, anche senza che ce ne rendiamo conto. Nasciamo parte di un collettivo che
nel bene o nel male formerà ciò che siamo.
Perché abbiamo molti problemi da risolvere –il cambiamento
climatico, la giustizia sociale, la minaccia alla democrazia– e il solo modo
per trovare una soluzione è agire, insieme.
Uno dei modi che abbiamo di modellare la nostra società è il
voto.
Per questo voto, perché non lasciare agli altri modellare il
mondo in cui vivo.
Il Centro di ricerca della Commissione Europea, il Joint Research Centre, negli scorsi mesi ha sviluppato e aggiornato il Cultural and Creative Cities Monitor. Per confrontare le performance delle città sono stati elaborati dati di 168 città in 30 paesi dello spazio economico europeo, selezionate in base al loro impegno nella promozione della cultura e della creatività.
In questo video (realizzato dai Panebarcos!) si spiega in breve che cosa sia il Monitor.
Cosa rende culturale e creativa una città?
Sono stati presi in considerazione 29 indici di analisi statistica, raggruppati in tre gruppi principali per definire le città: la loro vitalità culturale, la presenza dell’economia creativa e quanto è stimolante l’ambiente circostante.
Ad esempio, per la vitalità culturale non si misura solo il numero di attrattori culturali, ma anche la partecipazione culturale agli eventi e la soddisfazione rispetto ai servizi culturali. Per quanto riguarda l’economia creativa, sono stati inclusi il numero dei lavori nella cultura, nella comunicazione e nell’intrattenimento oltre che al numero di brevetti presentati. Grande importanza viene data all’ambiente circostante con ben 12 indicatori. Vengono inclusi dati relativi al numero di laureati, ma anche alla presenza di stranieri, alla loro integrazione, al livello di tolleranza. Importanti anche i trasporti che vengono analizzati tramite il numero di passeggeri dei voli, di treni diretti per le città e l’accessibilità delle strade. Un indicatore viene anche dedicato alla percezione della qualità della governance della città.
La città culturale e creativa perfetta non esiste
L’analisi dei dati ha rivelato che una città ideale dal punto di vista culturale e creativo non esiste, ma è l’insieme di otto città di cui cinque con meno di 250.000 abitanti, altro dato che evidenzia come le capitali non siano il centro principale della cultura e della creatività, escludendo Parigi che emerge come una delle migliori città per la partecipazione agli eventi culturali e ai lavori nelle industrie culturali e creative. Le città più performanti, suddivise in base al numero di residenti, sono Parigi, Copenhagen, Edimburgo, Eindhoven e Galway.
Le 8 città che formano la città culturale e creativa perfetta
Come si posiziona l’Italia?
Il nostro paese è stato analizzato prendendo in considerazione otto città capitali della cultura e finaliste al titolo (Bologna, Firenze, Genova, Matera, Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna), tre città creative selezionate dall’UNESCO (Parma, Roma e Torino) e sei città che ospitano almeno due festival internazionali (Brescia, Milano, Napoli, Venezia, Trento e Trieste).
In generale l’Italia si posiziona nella prima metà della classifica delle città per il numero di attrattori culturali, ma crolla nelle performance relative all’ambiente che non favorisce l’economia creativa. L’Italia totalizza pochi punti nella proprietà intellettuale e nell’innovazione, oltre che nei lavori nelle imprese culturali e creative. A sorpresa, l’Italia totalizza molti punti nella percezione positiva rispetto alla governance.
Milano registra un punteggio più alto rispetto a Roma e una performance in generale molto buona nel gruppo di città con popolazione di più di un milione di persone. Firenze è al primo posto della vitalità culturale nel gruppo di città che hanno tra i 250.000 e i 500.000 abitanti grazie all’ottima performance nella partecipazione culturale e alla presenza di spazi dedicati alla cultura.
Purtroppo solo Napoli e Matera sono presenti come città del sud Italia, e nessuna delle due registra performance degne di nota.
Come testare le policy per la cultura e la creatività?
Molto interessante è il tool per testare le policy. Selezionando una città, è possibile modificare gli indicatori per vedere l’effetto che avrebbero sul punteggio generale come città creativa e culturale. Per fare un test abbiamo preso in considerazione Leeuwarden, capitale europea della cultura di quest’anno, e abbiamo ipotizzato un aumento del 20% delle presenze turistiche e delle 0,6% degli ingressi ai musei per il richiamo del titolo vinto. Con la modifica di questi due indicatori si è avuto un miglioramento dello 0,7% nella classifica generale delle città culturali e creative. Aumenta dell’1,2% se si inseriscono laureati stranieri in materie umanistiche, mentre migliora dell’1,6% se si aumenta il numero di posti di lavoro in imprese culturali e creative.
Il Cultural and Creative Cities monitor non è solo un modo per vedere la performance delle città analizzate, ma anche per riflettere sugli aspetti che meno si possono misurare della cultura e della creatività, e più in generale dell’economia della conoscenza utilizzando degli indicatori universali e con dati facilmente rintracciabili che permettono di delineare più pragmaticamente aspetti che uniscono l’economia e la cultura.
L’articolo cerca di rispondere a una domanda che è sorta spesso ultimamente: cosa succederà quando l’inglese non sarà più una delle lingue ufficiali dell’Unione Europea?
Qualche mese fa ho ricevuto una chiamata dal direttore dell’ARLeF, l’Agenzia Regionale per la Lingua Friulana: “Ti andrebbe di parlare delle politiche linguistiche e di alcuni casi di successo nell’insegnamento delle lingue minoritarie?”
Come potevo rifiutare? Sono partita verso Cividale del Friuli, stupenda cittadina del Friuli, e ho cercato di dare il mio punto di vista sulla questione delle lingue minoritarie in Europa.
Per il mio preparato una presentazione, che potete trovare qui o sul sito del progetto Rush.
Si potrà pensare che non abbia molta dimestichezza con lo sport – e in effetti è vero. Ho sempre praticato diverse discipline -ginnastica artistica, scherma, nuoto, danza, pallamano- ma non ho mai eccelso in nessuna.
Ho avuto più fortuna prestando la voce e le parole allo sport, e in particolare al baseball. Ho lavorato per parecchi anni in squadre professionistiche come ufficio stampa e speaker per le partite ufficiali. Mi sono divertita molto, ed è stato un piacere poter rivivere quelle emozioni parlando si sport a livello europeo.
Non molti sanno, infatti, che l’Unione Europea si occupa di sport dal 2009, e che l’Erasmus+ copre anche scambi tra squadre sportive no profit.
Vuoi scoprire di più? Clicca sul link per leggere il fact sheet (in inglese): Sport fact sheet
Le politiche giovanili sono di competenza nazionale e le politiche sono decise tramite procedura legislativa ordinaria. Nonostante questo,
L’articolo 165 del TFUE prevede l’azione dell’Unione per favorire lo sviluppo degli scambi di giovani e di animatori di attività socioeducative, ad esempio giovani lavoratori, e, dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, per incoraggiare la partecipazione dei giovani alla vita democratica in Europa. L’articolo 166 consente all’UE di attuare una politica di formazione professionale per rafforzare e integrare l’intervento degli Stati membri. Esso attribuisce all’Unione il compito di facilitare l’accesso alla formazione professionale e favorire la mobilità degli istruttori e degli apprendisti, in particolare dei giovani.
Tra i programmi di successo ci sono l’Erasmus+ e il “neonato” Corpo Europeo di solidarietà, con l’obiettivo di promuovere le attività sociali e di volontariato tra i giovani. Per saperne di più, leggi il fact sheet (in inglese, aggiornato a febbraio 2017): Fact sheet of the European Union – Youth
L’Unione Europea ha a cuore l’istruzione superiore e lo scambio culturale tra paesi. Non è un caso che uno dei programmi di maggior successo di tutta la storia dell’Unione sia proprio l’Erasmus. Nel febbraio 2017 ho aggiornato il fact sheet dell’Unione Europea sull’istruzione superiore.
L’istruzione è un ambito di competenza relativamente nuovo per l’Unione, ma non per questo è passato in secondo piano.
L’Unione tiene conto delle esigenze connesse con la promozione di […] un elevato livello di istruzione [e] formazione». L’importanza dell’istruzione (superiore) in quanto tematica d’interesse per la politica europea è ulteriormente suffragata dal titolo II, articolo 14, della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, documento che gode della stessa forza giuridica dei trattati, con la garanzia di un «diritto all’istruzione»
La modernizzazione e l’accesso all’istruzione sono delle priorità per l’Unione. Per saperne di più, leggi il fact sheet (in inglese, aggiornato a febbraio 2017): Higher education in the European Union fact sheet
Appena arrivata al Parlamento Europeo mi è stato detto “Ok, occupati di aggiornare i fact sheet e comincia da quello in cui sai di più” e ho scelto quello sulla politica linguistica dell’Unione Europea.
Può sembrare un argomento facile, ma in un mondo globalizzato e tendente all’”inglesizzazione” di tutto non è facile garantire la piena convivenza di 24 lingue differenti: bulgaro, ceco, croato, danese, estone, finlandese, francese, greco, inglese, irlandese, italiano, lettone, lituano, maltese, neerlandese, polacco, portoghese, rumeno, slovacco, sloveno, spagnolo, svedese, tedesco e ungherese.
Il rispetto della diversità linguistica è uno dei valori fondamentali dell’UE, al pari del rispetto per la persona e dell’apertura nei confronti delle altre culture. Si tratta di un concetto sancito nel preambolo del trattato sull’Unione europea, in cui si fa riferimento all’ispirazione «alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa […] confermando [l’]attaccamento ai principi della libertà, della democrazia e del rispetto dei diritti dell’uomo»
Non è neanche un argomento noioso: cosa succederà quando il Regno Unito abbandonerà l’Unione Europea? Intanto, se volete saperne qualcosa in più, cliccate qui: Language policy of the European Union fact sheet (versione originale in inglese, aggiornata al febbraio 2017).
La Commissione Cultura e Istruzione del Parlamento Europeo ha molto a cuore questo argomento, presentando spesso e volentieri relazioni di iniziativa e interrogazioni parlamentari per tenere vivo e controllato il dibattito sull’istruzione.
L’istruzione, la formazione e lo sport sono stati riconosciuti come settori fondamentali della strategia di crescita dell’UE per il prossimo decennio e motori per superare la crisi economica che colpisce i paesi europei, incentivare la crescita e l’occupazione e promuovere l’uguaglianza e l’inclusione sociali. (Note sintetiche sull’Unione Europea, Istruzione e formazione)